Francesco Ceniti.
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Dimmi chi era.
Storie di grandi campioni dal tragico destino.
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2019. Editore RCS Mediagroup.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Da Gaetano Scirea a Valentino Mazzola, da Fabio Casartelli a Michele Alboreto, da Salvatore Antibo a Giovanni Parisi. Campioni accomunati da vittorie straordinarie prima e da un tragico destino dopo. Vicende che hanno commosso e appassionato l'Italia intera. Storie di sport e cronaca, di rivalse e rivincite, di misteri e inchieste, per raccontare i lati meno conosciuti e pi umani di dodici campionissimi protagonisti di imprese epiche.
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L'AUTORE.
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FRANCESCO CENITI Classe 1969, dal 2003 lavora per La Gazzetta dello Sport. Si  occupato di calcio, arbitri e inchieste sportive. Adesso segue ciclismo e sport olimpici, ed  sempre a caccia di storie da raccontare. Tra le sue pi recenti pubblicazioni Un carcere nel pallone (Laruffa), La Nazionale contro le mafie
(Gruppo Abele), In nome di Marco. La voce di una madre, il cuore di un tifoso (Rizzoli) e Che gusto c' a fare l'arbitro (Rizzoli).
Nel tempo libero si diverte tra partite di calcio e gite in bici, ma soprattutto giocando con i figli: Mattia, Andrea e Chiara.
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Indice.
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Prefazione di Gian Piero Galeazzi.
Introduzione di Francesco Ceniti.
Capitolo 1: Tot Antibo, il siciliano che batteva gli africani e che ora lotta contro l'epilessia.
Capitolo 2: Francesco Flachi, dalle rovesciate a clandestino della panchina.
Capitolo 3: Andrea Lanfri, il ragazzo che vuole conquistare l'Everest dopo aver sconftto la meningite.
Capitolo 4: Audrey Mestre e la sua misteriosa morte negli abissi.
Capitolo 5: Alex Schwazer e la lotta per la verit.
Capitolo 6: Loris Stecca, il pugile in cerca di pace.
Capitolo 7: Michele Alboreto, l'ultimo italiano a vincere con la Ferrari.
Capitolo 8: Fabio Casartelli, il campione olimpico morto tragicamente al tour.
Capitolo 9: Leo David, il ragazzo che batteva Re Stenmark.
Capitolo 10: Valentino Mazzola, la leggenda del tulen condottiero del Grande Torino. 
Capitolo 11: Giovanni Parisi, il pugile italiano salito sul tetto del mondo.
Capitolo 12: Gaetano Scirea, il libero che amava attaccare.
Ringraziamenti.
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Fine Indice.
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NOTA.
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I capitoli 1, 2, 3,4, 5, 6, 9,10,11 e 12 di questo libro sono stati riadattati da articoli originariamente pubblicati dallo stesso autore su Fuorigioco  il domenicale de La Gazzetta dello Sport.
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DIMMI CHI ERA.
Storie di grandi campioni dal tragico destino.
 
Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che
passa volando / in un marzo di polvere di
fuoco / e come il nonno di oggi sia stato il
ragazzo di ieri...
Chiedi chi erano i Beatles, Stadio.
 
PREFAZIONE DI GIAN PIERO GALEAZZI.

La notizia scivolava gi da tempo nelle redazioni dei giornali,
senza suscitare grosso interesse. Matteo Berrettini,
uno dei giovani pi promettenti del tennis mondiale, parlando
del suo futuro e delle sue scelte di vita, ha manifestato
l'intenzione di avvicinarsi al mondo del giornalismo
sportivo. Insomma, da grande, una volta conclusa la sua
carriera agonistica, gli piacerebbe diventare giornalista.
Ottima scelta! ...ma attenzione, come indica Gianni Clerici,
a non compiere errori o ad affidarsi esclusivamente
ad una propria esperienza personale, che a Berrettini non
mancher di certo, per affrontare il mestiere, senza una
preparazione generale che garantisca una dimensione pi
completa. Farsi una cultura in campo sportivo non  poi
cos facile. E un po' come per un appassionato di musica
selezionare un pezzo di repertorio... bisogna aggiornarsi
quotidianamente leggendo giornali e riviste specializzate.
Ad una ragazza di 15 anni, chiedete chi erano i
Beatles, citando quella magnifica canzone degli Stadio
interpretata da Gianni Morandi. Ma chi erano, in fondo,
'sti Beatles?
E allora la domanda la giriamo a Francesco Ceniti,
grande chef della Gazzetta che in questo libro ha avuto
l'intuizione di proporre una serie di campioni legati dalla
gloria, ma anche da grandi vittorie prima, e da un tragico
destino dopo. Chiedete a Ceniti chi era Gaetano Scirea,
il capitano mondiale in pectore senza macchia e senza
paura, 14 stagioni con la maglia della Juventus, uno dei
pochi a dare del tu al pallone e del lei all'avversario. La
sua fine fu tragica come quella di Valentino Mazzola, perito
in un incidente aereo insieme ai suoi compagni del
Grande Torino. La stessa sorte che  toccata a Michele
Alboreto, l'ultimo italiano a guidare una rossa Ferrari.
Storie di sport e di cronaca che hanno catturato l'attenzione
e la commozione di tutta Italia, come la morte di
Fabio Casartelli, caduto in una tappa del Tour De France,
sensibilizzando l'opinione pubblica. Dai pugili Giovanni
Parisi e Loris Stecca alle grandi corse di Tot Antibo, alla
discesa in apnea negli abissi di Audrey Mestre, compagna
del cubano Francisco Ferreras, meglio conosciuto come
Pipin. Dal calciatore Francesco Flachi al marciatore Alex
Schwazer, alle prese con le vicende del caso doping che ha
diviso l'Italia, insomma diverse anime accomunate dalla
volont di presentare storie diverse dell'universo sportivo.
Occorre conoscere il passato per tracciare i confini
del futuro, cos come i Beatles sono i capostipiti della
musica moderna.
Non mi rimane quindi che invitarvi alla lettura di
Dimmi chi era. Forse un giorno una ragazza di 15 anni
chieder Chi era Berrettini?, e qualcuno gli risponder:
un magnifico tennista che suonava la chitarra meglio
dei Beatles.

INTRODUZIONE DI FRANCESCO CENITI.

Eraclito e Robin Williams. Non c' che dire, due stelle
del firmamento anche se appartenute a cieli distantissimi.
Ma sono loro che hanno segnato in modo indelebile
il mio percorso da studente. In un'et dove la vita pulsa
frenetica in ogni rivolo, un bel giorno ho fatto la conoscenza
del filosofo greco. Il panta rei (tutto scorre)
che ne sintetizza il pensiero (perch in realt di quell'aforisma
non c' traccia nei suoi scritti sopravvissuti al
tempo)  stata una folgorazione, un colpo da k.o. alle
certezze sbruffone dell'adolescenza.
Tutto scorre, ogni minuto che passa erode la vita,
si porta via ogni cosa e come onde del mare cancella le
impronte lasciate sulla spiaggia. Uscire da questo angolo,
in cui Eraclito mi aveva chiuso, non  stato facile.
Certo, potevo consolarmi con Epicuro e godermi ogni
attimo come se non ci fosse un domani. Solo che il domani
c'era, eccome se c'era. E con il domani tornava a
bussare Eraclito. Cos, con la scimmia del panta rei ancora
sulle spalle, anni dopo sono entrato in un cinema
a vedere L'attimo fuggente. E durante quella proiezione
ho ritrovato l'equilibrio, ho pareggiato i conti. S, la
scena in cui Williams fa vedere agli studenti le foto del
passato, con i ragazzi sorridenti, forti e in salute, e poi
a sorpresa gli sussurra che ora quegli stessi corpi sono
cibo per vermi, mi fece sobbalzare dal posto. Ma poi
il prosieguo del film mi condusse verso l'uscita e il finale,
quello in cui la classe sale sui banchi per salutare
il professore, mi spalanc la porta. Certo, tutto scorre,
ma non  vero che scompare. Basta non dimenticare,
fissare la memoria, ricordare e tramandare. Ci sono
momenti che restano cristallizzati, un odore, un sapore,
un colore, un'impresa sportiva. La vita nel frattempo
 andata avanti, ma una scintilla pu riportarti
indietro e farti rivivere emozioni che pensavi perdute.
Da quel giorno ho guardato con occhi diversi le persone
pi anziane: non erano solo dei vecchi, erano stati
ragazzi come me, pi di me. E avevano visto e vissuto
cose che io non sapevo. Tanto bastava per interrogarli,fare domande, apprendere dal loro sapere. S, tutto
scorre, ma i ricordi e la memoria sono come i salmoni,
vanno controcorrente e vincono la sfida con il tempo.
Ecco, il gusto di raccontare delle storie nasce da questo
bisogno di ritrovare i vari posti delle fragole. Questo
libro narra di dodici personaggi e si divide in due sezioni.
La prima parla di grandi campioni che hanno fatto
sognare gli sportivi italiani, ma poi  accaduto qualcosa
che ha incrinato il loro cammino, facendolo deragliare.
Oggi lottano per riprendersi la vita. Sono battaglie che
meritano di essere conosciute al pari delle imprese,
sconosciute alle nuove generazioni. Nelle sei storie ce n'
per una che ha un percorso al contrario: quella di Andrea
Lanfri. Persona normale fino a quando una meningite
fulminante ha cercato di ucciderlo (gli stessi dottori
avevano perso ogni speranza). Lanfri non  morto, 
uscito da quella lotta senza le gambe e sette dita, ma
con una energia positiva travolgente. Cos travolgente
da guardare il pi alto possibile, fino all'Everest da
scalare con le protesi. Gli altri cinque personaggi scelti
(Tot Antibo, Francesco Flachi, Audrey Mestre, Loris
Stecca e Alex Schwazer) sono stati campioni fantastici,
ma poi il destino gli ha riservato strani appuntamenti. E
nel caso della Mestre non ce ne saranno altri.
Ecco, la Mestre fa un po' da filo rosso con la seconda
sezione del libro, dove troverete sei ritratti di giganti
dello sport, scomparsi in modo prematuro e tragico:
Michele Alboreto, Fabio Casartelli, Leo David, Valentino
Mazzola, Giovanni Parisi e Gaetano Scirea. Campionissimi
del passato da tramandare e far conoscere ai
bambini di oggi. In un epoca dove regna internet, dove
ogni cosa  social, dove il web  l'esaltazione massima
del panta rei (curioso come una massima datata 500
avanti Cristo sia perfetta per il top del Terzo millennio),
queste storie sono delle favole da narrare alla sera ai
bambini (e non solo). Perch non  vero che i ragazzi di
oggi non amano leggere, forse sono gli adulti che hanno
perso l'abitudine a farlo. Quindi  gradito il passaparola
per chi ha in mano questo libro.
In fondo l'estate  la stagione perfetta per rilassarsi
con qualcosa da leggere, magari al fresco di un
albero, sdraiati su un'amaca e con i grilli a fare da colonna
sonora. Perch ci sono dei luoghi dove le favole
possono trasformarsi in realt. E le gesta dei campioni
diventare immortali. Con buona pace di Eraclito.


 CAPITOLO 1.
TOT ANTIBO, IL SICILIANO CHE BATTEVA GLI AFRICANI
E CHE ORA LOTTA CONTRO L'EPILESSIA.

Di piccolo c' solo il male, di grande, anzi di grandissimo
c' Salvatore Antibo. C' ancora tanta forza in questo
siciliano capace di rivoluzionare il mezzofondo, renderlo
spettacolare, con strappi, continui cambi passo, accelerazioni
e volate batticuore. Vittorie epiche (su tutte l'oro
nei 5000 metri agli Europei di Spalato, conquistato dopo
essere finito a terra alla partenza), da ultimo dei mohicani,
il solo in grado di sconfiggere gli atleti africani, di
rimandare di qualche anno il loro regno incontrastato
che dura dal 1991, da quando un avversario vigliacco si
 infilato nella vita di Tot, gli ha azzannato i polpacci,
lo ha trascinato in una sfida infinita.
Ma Antibo non  tipo da mollare, nonostante le difficolt
evidenti che non nasconde, perch non c' niente
da vergognarsi. Combatte la battaglia a testa alta, come
quando in pista viaggiava pi rapido di un Frecciarossa
e gli altri potevano solo prendergli il numero di targa.
Se nella prima esistenza regalava emozioni a ogni
secondo di gara (da questo punto di vista  stato il Pantani
dell'atletica), nella seconda commuove per la voglia
di restare a galla, di non affogare nel chiuso di una
casa tra ricordi e rimpianti. Eccolo, Tot: sulla pista
di Palermo dove tutto  iniziato, dove cronometro alla
mano c' ancora il prof. Gaspare Polizzi, l'allenatore
che lo ha strappato al calcio e lanciato verso l'Olimpo.
Eccolo, Tot: segue con tutto l'amore che pu avere un
pap i primi passi del figlio Gabriele, 14 anni, con la
storica divisa del Cus Palermo e tanta voglia di provare
a seguire le orme paterne. Eccolo, Tot: trafitto da una
crisi epilettica mentre parla con noi, piegato ma non
spezzato. L'amore della moglie Stefania lo protegge nei
5 minuti di assenza, sguardo perso nel cielo siciliano. Poi,
poco alla volta, ritorna a correre, a osservare Gabriele,
a rispondere alle nostre domande, a farci rivivere la
sua incredibile storia. Giocavo a calcio nella squadra
del mio paese, ero bravino. Con il compagno d'attacco
ci chiamavano i gemelli del gol, come Pulici e Graziani.
A 16 anni il destino cambia dopo una corsa campestre.
In che modo?
Ero al debutto, vinco facile. Allora la prof di educazione
fisica mi dice che devo farle un favore: andare a Palermo
da un allenatore che conosce. Presa la terza media, avevo lasciato
la scuola, ma la prof, era sempre la prof. Quindi vado
e chiedo: Cerco Polizzi. Si volta un signore alto: Sono
io. Dimmi. Gli spiego chi ero. Mi fa: Ti piace l'atletica?.
No, gioco a calcio, rispondo. Insomma, mi voleva rimandare
indietro. Alla fine si convince a farmi fare il provino: un
chilometro. Non sapevo nemmeno cosa fosse.
Come  andata?
Fermo il cronometro a 3' e 1. Polizzi mi guarda
stupito: Scusa, non hai neppure l'affanno? Hai corso
a questo ritmo, senza riscaldarti, con scarpe da passeggio
e non sei stanco?. Non lo ero, per me era naturale
andare cos forte. Allora mi chiese di fare un 2000, 5
giri di pista. Accetto con la promessa che poi potevo
andarmene. Chiudo in 5' e 56. All'arrivo lui insiste:
Ragazzino, tu non capisci: sei nato per l'atletica. Rispondo:
No, grazie. E me ne vado.
Per cambiare idea cosa  accaduto?
Passano dieci giorni, sono in piazza ad Altofonte.
Un amico m'avvisa: Tot, ti cerca un signore. Guardo
e vedo Polizzi. Lei che ci fa qui?, chiedo. Ragazzino,
tu sei potenzialmente un campione. Non posso
perderti. Andiamo dai tuoi genitori. Tanto ha brigato
che li ha convinti.
Lei perch ha accettato?
L'ambiente trasmetteva energia positiva, ma la
cosa determinate  stata quando ho capito che tutto
dipendeva da me. Ero padrone del mio destino. Questo
aspetto mi piaceva tantissimo.
Madre natura le aveva dato un talento smisurato.
Ma per arrivare a risultati importanti servono sacrifici
e abnegazione. Per anni ho viaggiato in bus senza
saltare mai un allenamento. Facendo vita regolare
e mangiando le cose che dovevo. Se vuole le racconto
qual  stato il mio sforzo maggiore....
Siamo qui apposta...
Non le continue ripetute, per quanto mi prosciugassero
ogni energia. Neppure i tanti ritiri per preparare
al meglio la stagione. No, la cosa pi dura era mangiare 
il fegato. S, ha capito bene: il fegato. Polizzi mi
obbligava quando aumentavamo i carichi di lavoro in
altura, al Sestriere. Tot, ti serve.... Mi faceva, anzi
mi fa schifo. Per chiudevo gli occhi e ingurgitavo....
Andava in quota per ossigenarsi?
Era l'unico modo per contrastare gli africani: vivono
sugli altopiani, fin da piccoli percorrono chilometri.
E stanno a 2000 metri. Ecco perch sono cos
resistenti. Noi passavamo un mese d'estate al Sestriere e
un altro d'inverno in Sudafrica.
Era l'africano bianco: imbattuto per quasi 3 anni.
C'era tanto lavoro, dietro. Non aspettavo, l'iniziativa
la prendevo io. Ogni gara doveva essere uno spettacolo,
il pubblico voleva questo.
Alcune sue vittorie sono indimenticabili, ma l'oro
sui 5000 a Spalato...
La caduta alla partenza l'ha resa unica. Mi sono
trovato faccia al tartan per una spinta. Quando ho realizzato
il tutto, gli altri erano gi a 60 metri da me.
D'istinto volevo rientrare subito, forzando. Ma Polizzi
a bordo pista mi ha urlato di seguire un ritmo costante.
Aveva ragione. Hanno sfruttato male il vantaggio: una
volta in gruppo li ho bruciati con facilit, bissando l'oro
dei 10.000.
Altro trionfo storico nel 1989 in Coppa del Mondo:
il solo italiano a riuscirci.
Rappresentavo l'Europa, c'erano i migliori a Barcellona.
Ma nel 1989 ero troppo in forma e non potevo fallire.
Arriv secondo all'Olimpiade di Seul nel 1988, poi
perse di nuovo nel 1991 da Skah in una gara memorabile.
In Corea ho fatto l'errore di non considerare Bou-
tayed, il marocchino. Ero convinto che non reggesse quel
ritmo e mi sono concentrato sui keniani Kimeli e Tanui,
i favoriti della vigilia. Li ho bruciati all'ultimo giro, ma
Boutayed mi ha preceduto di 2 centimetri. Ha fatto la gara della
vita. Dopo  sparito, le poche volte che l'ho incontrato
ho vinto facile. Con Skah  un'altra storia: Polizzi non
voleva che partecipassi a quel meeting di Oslo, avevamo
caricato molto in vista del Mondiale in Giappone.
Ma l'ingaggio era alto. E sono andato. Arriverai quarto
o quinto, disse Polizzi. E invece c' stata quella sfida,
spettacolare: tutti la ricordano. Noi due a scattarci in
faccia, poi affiancati fino all'ultima curva. Ne aveva pi
di me, ma senza i carichi....
Primo k.o. dopo quasi tre anni, in mezzo solo trionfi
e il record del mondo sfiorato a Helsinki nel '89.
Meno di 3... Non trovai l'aiuto di nessuno, nel finale
sperai che rientrasse Panetta, niente. Ma il record del mondo
l'avevo eccome nelle gambe, bastava organizzare una gara
con un paio di lepri. Mi chiedo spesso perch a Roma non
ci hanno mai pensato. Sarei andato sotto i 27'. E comunque
ancora oggi ho i record italiani sui 5000 e 10.000....
Ha citato Panetta: in quegli anni l'Italia dominava
con Cova, Mei, Lambruschini e lei. Poi il buio. Perch?
Per battere gli africani bisogna dare il massimo e
vedo in giro poca voglia di fare sacrifci enormi. E poi ci
vogliano motivazioni e una selezione naturale. Lasciai
la polizia e un posto sicuro per tornare nel Cus Palermo.
Una scelta dettata dal cuore, ma penso che dovrebbero
esserci delle regole per i corpi militari: se dopo tre
anni non porti dei risultati, esci.
Nel 1991 a Tokyo lei  in testa nella finale mondiale
dei 10.000, poi...
Poi il piccolo male mi manda in tilt. Non ricordo
nulla, non ho voluto mai rivederla quella gara. Negli
spogliatoi non capivo, pensavo si dovesse ancora gareggiare.
Polizzi mi spieg: Sei arrivato ultimo, Tot. Le
visite mediche confermarono: epilessia.
Cos all'improvviso?
A 3 anni avevo sbattuto la testa: forte trauma con
ematoma nella parte sinistra. Ma nessuno se ne accorse.
Il piccolo male  rimasto in sonno, come un vulcano.
Nel '90 ho avuto un incidente d'auto mentre ero con la
mia ex fidanzata (la maratoneta Rosanna Munerotto,
N.d.A.), di nuovo un colpo al cranio. L si  risvegliato
il piccolo male.
Ha continuato ancora per un paio di stagioni.
I dottori mi avevano tolto l'idoneit, piansi come
un bambino. Li supplicai, decisero di ridarmela a patto
che firmassi lo scarico di responsabilit e prendessi
le medicine. I farmaci erano una mazzata, mi sentivo
fiacco. Senza avrei vinto l'Olimpiade del 1992 a Barcellona
e invece sono arrivato quarto, come nel 1984 a
Los Angeles. L ero uno sprovveduto, corsi la finale coi
piedi devastati dalle piaghe perch avevo commesso la
fesseria di usare nelle batterie delle scarpe nuove.
Senza l'epilessia sarebbe passato alla maratona?
Quella era l'idea, avevamo fatto una prova a Milano
nel 1991: feci la mezza in un'ora e 1'. Avrei potuto
fare la differenza anche sui 42 chilometri.
Cosa fa oggi Antibo?
Vorrei seguire i ragazzi di Altofonte, da anni hanno
promesso di fare una pista, ma niente. C' il progetto,
il terreno, mancano i soldi. Spero che si trovino.
Magari pu fare qualcosa il Coni, il presidente Malag
 una persona splendida, un galantuomo. Forse pu
aiutarmi. Non chiedo altro dalla vita: seguire i ragazzi,
compreso mio figlio, e dargli qualche consiglio. So bene
che il piccolo male mi talloner per sempre, ma almeno
avrei uno scopo per tentare di staccarlo. Sarebbe la mia
vittoria pi grande.

Biografia.
Tot Antibo Siciliano di Altofonte, si dedica fin da ragazzo
al mezzofondo, specializzandosi nei 5.000 e
10.000 metri, distanze dove conquista due ori
agli Europei di Spalato nel 1990, dopo aver vinto
un argento olimpico due anni prima a Seul
(1988, sui 10.000).
Ai Mondiali di Tokio 1991  vittima di un
attacco di epilessia che gli pregiudica la carriera.
Nonostante la malattia riuscir comunque a
prendere parte alle Olimpiadi di Barcellona, ottenendo
un importante quarto posto.

 CAPITOLO 2.
FRANCESCO FLACHI,
DALLE ROVESCIATE A "CLANDESTINO" DELLA PANCHINA.

C'era un tempo in cui Francesco Flachi faceva impazzire
i tifosi della Sampdoria. Li andava a cercare dopo
ogni gol realizzato, arrampicandosi sulla rete della
gradinata sud per riceverne l'abbraccio.
Adesso c' un tempo in cui Francesco Flachi sta
dall'altra parte della barricata: aggrappato alla recinzione
aspetta come un pap in sala d'attesa l'arrivo
dei suoi giocatori, quelli che ha guidato alla vittoria
del campionato di Terza Categoria. In realt il Bagno
a Ripoli ha un allenatore clandestino, Flachi per la
Figc non esiste. Meglio, torner a essere visibile nel
gennaio 2022, quando avr scontato la squalifica di
dodici anni.
Nemmeno avessi ammazzato qualcuno commenta
l'ex giocatore. D'accordo, ho sbagliato due
volte. E mi sono rovinato la carriera, gi questa  una
bella pena da scontare, non trova? Le faccio una domanda:
dopo tutto questo tempo ha ancora senso lo
stop? Mi fa male non poter portare allo stadio mio
figlio, sapere che il mio nome  dentro una lista nera.
E mi fa ancora pi male non poter andare in panchina:
vorrei allenare in modo normale, prendere il patentino,
fare la gavetta, vedere se sono capace. Altrimenti resto
a preparare i panini.... S, avete letto bene, perch nel
frattempo Flachi ha aperto un locale a Firenze (Il panino
di categoria) e non si vergogna mica di servire ai tavoli
fino a notte fonda. Perch mai? Sono altre le cose
di cui devo vergognarmi. Il riferimento  alla doppia
squalifica, l'ultima nel 2010, perch positivo ai metaboliti
della cocaina. Guardi, non voglio sentire quella
parola. Mi d fastidio: sono stato un cattivo esempio,
ma  il passato. Perch  accaduto? Avevo disconnesso
il cervello. Un cretino, suvvia. Ma ora dico: non mi
sono venduto le partite e non ho fatto uso di doping per
migliorare le prestazioni. Forse, dico forse, nove anni di
stop possono bastare. La seconda opportunit si concede
ai peggiori criminali. La lezione  servita, datemi la
possibilit di dimostrarlo con i fatti.
La svolta in negativo dell'attaccante ha una data
precisa: nel settembre 2006 subisce una squalifica di
due mesi perch, secondo l'accusa, aveva chiesto informazioni
sul derby di Roma dell'aprile 2005 (terminato
0-0). Condanna ingiusta spiega Flachi basata su
un chiacchiericcio tra tifosi intercettati. Ho tanti difetti,
ma in vita mia non ho mai scommesso su nulla.
Ho reagito male a quella situazione, con il senno di
poi dovevo far finta di essermi infortunato. Mi sono
invece lasciato andare e ho combinato il patatrac.
Nel 2007 la prima sospensione: due anni. Carriera
spezzata nel momento migliore con i gol a grappoli in
A con la Samp e la prima convocazione (senza esordire)
in Nazionale. Il ritorno nel 2009: Empoli e Brescia. Ma
i cani neri sono ancora l, pronti ad azzannarlo. Gameover
nel 2010: da recidivo  punito in modo esemplare.
Dura ripartire, ma la colpa  stata solo mia. E quindi
mi sono rimboccato le maniche. Aprire la paninoteca
 stato un primo passo, non mi sono mai nascosto. Ci
ho sempre messo la faccia. Il calcio fa parte della mia
vita, anche se gli amici rimasti sono pochi, non posso
e non voglio cancellarlo. Ho una scuola calcio e tante
famiglie mi affidano i figli senza problemi, del passato
non gli frega. Conta il presente e la fiducia conquistata
giorno dopo giorno. E poi alleno il Bagno a Ripoli, mi
tocca seguire le partite su un cucuzzolo: soffro come un
cane. Ma quando vinciamo, provo le stesse emozioni
della A. Il calcio  bellissimo per questo: le dinamiche
di una squadra sono identiche in qualunque categoria,
cambiano solo i gesti tecnici e gli stipendi.
Flachi  fiorentino e con la maglia viola ha esordito
in A nel 1994: In squadra c'era gente come Rui Costa,
Batistuta, Baiano. Avevo meno di 20 anni, trovare
spazio quasi un miraggio. Adesso la societ ha scelto di
puntare sui giovani: fa benissimo. Chiesa  uno dei pochi
talenti italiani, cos come Bernardeschi venduto alla
Juve. La Samp? Il legame con quei colori non si spiega
a parole. Sono il terzo cannoniere della storia doriana
(111 gol, N.d.A.) dopo Mancini e Vialli, mica pizza e
fichi. Ogni volta che entro a Marassi ho i brividi, mi
viene da piangere. Anzi, da ridere: per vedere la Samp
mi devo camuffare, passare per un altro a causa della
squalifica. Se non accade qualcosa, amnistia o grazia,
il futuro di Flachi  ancora da clandestino: Odiavo
la panchina, adesso pagherei per sedermi. Che tipo di
allenatore sono? Ne ho avuti tanti, mi piace ricordare
Ranieri a Firenze, ma quello a cui sono legato di pi 
Walter Novellino: capiva ogni situazione, i nostri problemi,
aveva sempre la parola giusta. Ecco, credo che
un buon tecnico, al di l del modulo, debba saper fare
questo, conoscere la squadra come le sue tasche, entrare
nella testa di ogni calciatore. E dargli, quando serve,
il consiglio giusto. A proposito: se venite a trovarmi,
assaggiate il panino con burrata e prosciutto toscano.
Una delizia, come un mio gol in rovesciata.

Biografia.
Francesco Flachi Classe 1975, cresciuto nelle giovanili 
della Fiorentina, trova la sua consacrazione in Serie A
con la maglia blucerchiata della Sampdoria, con
cui segna in totale oltre 100 reti, diventandone
il terzo marcatore di sempre dietro a Gianluca
Vialli e Roberto Mancini.
Una doppia squalifica per cocaina ne determina
la fine della carriera.

CAPITOLO 3.
ANDREA LANFRI,
IL RAGAZZO CHE VUOLE CONQUISTARE L'EVEREST
DOPO AVER SCONFITTO LA MENINGITE.

Ogni volta che arrivo in vetta sono distrutto dalla fatica,
ma la fatica passa dopo qualche giorno, mentre
la felicit della scalata, beh, resta per la vita. Le imprese
sportive sono una calamita di aggettivi esagerati:
i superlativi si sprecano, le iperboli diventano la normalit.
Ora, Andrea Lanfri per noi  semplicemente un
supereroe. Di quelli veri, non partoriti dalla fantasia di
uno scrittore. Di pi: la sua storia  un inno alla vita
(per quanto sia lastricata di dolore), a non mollare mai.
Specie quando il cielo si colora di nero. Un'esistenza
normale per 28 anni: lavoro (elettricista nella ditta di
famiglia), passione per le arrampicate e tanti progetti
per il futuro da sognare in una notte di gennaio 2015.
La mattina dopo, tutto cambia: la febbre aumenta,
le forze diminuiscono, la corsa all'ospedale, il ricovero,
la perdita dei sensi, le parole sussurrate dai dottori alla
mamma: Non arriver a domani.... Il nemico aveva
un nome da incubo: meningite. Ma Andrea dimostra
nell'occasione pi brutta di avere i superpoteri. Resiste,
resiste, resiste. Quando lo dimettono, nel giugno
successivo, non ha pi le gambe e 7 dita delle mani.
Riparte dalla montagna, sfida impossibile: deve rinunciare.
Allora inizia a correre con le protesi i 100 e i
200 metri fino a conquistare la Nazionale, a vincere
medaglie ai Mondiali e agli Europei (due argenti e due
bronzi), a frantumare record (primo italiano a scendere
sotto i 12 secondi nella distanza cara a Filippo Tortu), 
a ipotizzare una vittoria Olimpica a Tokyo 2020. E grazie
all'atletica, agli allenamenti continui, il fisico ritrova
tonicit ed energie. Lanfri le sfrutta per riprovare dove
aveva fallito: le arrampicate. E va sempre pi su. Dalle
montagne vicino a casa ( di Lucca) al Monte Rosa, dalle
Tre Cime di Lavaredo al vulcano Chimborazo (quota
6.268 metri) in Ecuador, conquistato lo scorso gennaio.
Il meglio, per, deve ancora venire: l'asticella si alzer
fino a 8.848. Numeri da Everest, la vetta pi alta del
mondo. Lanfri ha in mente di tentarne l'assalto. Nelle
sue condizioni, sarebbe il primo uomo a riuscirci.
Lei  rimasto sospeso tra la vita e la morte per un
mese: accade come nei film, si vedeva steso sul lettino e
non capiva?
Non proprio, ma qualcosa  rimasto nella memoria.
Ho due ricordi nitidi, due scene che mi accompagneranno
per il resto dei miei giorni.
Se la sente di raccontarcele?
Certo. Nella prima c'erano tante persone che dicevano
a mia madre Andrea  morto. Urlavo con
tutto il fiato in gola che non era vero, ma nessuno
ascoltava. Nell'altra ero prigioniero in un posto oscuro,
senza uscite.
Che cosa  accaduto quando si  svegliato dal coma?
Avevo le necrosi in molte parti del corpo, labbra
comprese. Parlare era impensabile, potevo solo sentire.
Un dottore mi ha spiegato cosa era accaduto e cosa poteva
accadere. Senza tanti giri di parole. Ho apprezzato.
Aveva ancora le gambe?
S, hanno cercato di salvarmele in tutti i modi. Per
un po' l'infezione si era stabilizzata, poi ho avuto una
ricaduta. Un dolore pazzesco, volevo amputarmi io le
gambe. Quando l'hanno fatto  stato un sollievo.
Davvero strano sentirlo...
Beh, bisogna passarci per capirlo. E ovviamente
non l'auguro a nessuno. Anche per le dita delle mani
 andata cos: alla fine ho salvato l'uso dei pollici pi
l'indice sinistro. Mi bastano.
Sprizza di energia positiva, possibile che non abbia mai
avuto un momento di rabbia per quello che ha passato?
Pi di un momento. Giorni interi a pensare cosa
avevo fatto di male per meritarmi una punizione simile.
Ma non c' una risposta: ero nel posto sbagliato, nel
momento sbagliato. E la meningite mi ha attaccato. Ma
non  andata come lei sperava.
In che senso?
Il batterio voleva uccidermi, questo  chiaro. Ho
vinto io. Anche questo  chiaro. Ho pagato un conto
salato, certo. Ma ho ancora la vita: perch sprecarla?.
Lo sport  stato decisivo nella ripartenza?
Determinante. Avevo la passione per la montagna,
mi arrampicavo, e quelle sensazioni erano uniche, di
libert pura. E quindi c'era la voglia di riassaporarle.
Una volta avuto le protesi ho cercato subito di scalare
qualche parete facile. Salivo due o tre metri e cadevo
gi come una pera. Ci ho provato per settimane, finendo
sempre a terra. Ho rinunciato.
Poi cosa  cambiato?
Volevo fare comunque uno sport. Avevo provato
la pallavolo su carrozzina, non era il massimo. La svolta
nel 2016 grazie a delle protesi in fibra di carbonio: vado
in pista e inizio a correre per la Fispes (Federazione italiana
sport paralimpici e sperimentali, N.d.A.). E il corpo
risponde alla grande. Nello stesso anno ottengo la
convocazione in Nazionale, poi vinco le prime medaglie
e partecipo a Mondiali ed Europei. Dallo scorso anno
sono entrato nelle Fiamme azzurre (gruppo polizia penitenziaria,
N.d.A.) e questo mi aiuta in vista di Tokyo
2020. Ma soprattutto l'atletica ha ridato al mio fisico la
forza necessaria per affrontare la sfida pi temeraria.
La montagna?
Esatto. Nel luglio 2017 ho fatto i miei primi passi
nell'arrampicata libera grazie anche a delle protesi
particolari, pi piccole, che davano maggiore stabilit.
Sono ritornato in Corsica, per scalare una vetta che mi
era costato parecchio sudore con le gambe:  andata
bene. Questo mi ha dato fiducia. E ho osato.
Salendo sempre pi di quota e prediligendo le scalate
alle arrampicate?
S, era la cosa pi logica. C'era da capire fin dove
potevo spingermi. Le Tre Cime di Lavaredo  stato un
test ottimo e spettacolare. In cima ho tolto le protesi,
mi sono seduto per recuperare e soprattutto godermi il
panorama. Da allora levarmele  come una firma.
Un paio di mesi prima era salito sul Monte Rosa.
S, faccio parte di un progetto all'avanguardia che
permette di accelerare i tempi di acclimatazione in altura
e contrastare il mal di montagna. Per fortuna non
risento pi di tanto della mancanza di ossigeno. L'idea
dell'Everest  venuta pensando alla meningite: voleva
togliermi la vita e invece ha aperto nuovi orizzonti. Con
le gambe non avrei mai pensato a una sfida simile, andare
oltre ottomila metri. Ma una cosa cos va pianificata
in ogni particolare. E quindi dovevo testare le protesi
chiodate su un percorso ancora pi tosto e alto.
Ed  andato in Ecuador... Fatica enorme, ma tutto
 filato liscio. Anche la questione altura: ho superato
bene i 6.000 metri. E in cima  stato fantastico.
Chi l'ha accompagnata in Ecuador?
Eravamo in quattro, affiatati e amici. Adesso vediamo
di preparare per bene l'operazione sull'Imalaya.
Andare l ha costi elevati. Poi devo dire grazie a Paolo
Denti, il mastro Geppetto come lo chiamo io, che ha
plasmato le protesi e alla onlus Art4sport di Bebe Vio.
Non teme possa accaderle qualcosa sull'Everest?
Ho rischiato di morire a casa mia. E poi il pericolo
maggiore a quelle quote  il congelamento degli arti...
Un'impresa, ma non impossibile. E nel 2020, se i regolamenti
lo permetteranno, andr a caccia di medaglie
alle Paralimpiadi di Tokio.

Biografia.
Andrea Lanfri Classe 1986,  un atleta paralimpico italiano,
dopo che una menigite gli provoca l'amputazione
di entrambe le gambe e di sette dita delle mani.
Non si fa vincere dalla malattia, per, e oltre a
conquistare un argento ai Mondiali paralimpici
(e un argento e un bronzo agli Europei paralimpici)
sogna di salire sulla cima dell'Everest.

CAPITOLO 4.
AUDREY MESTRE E LA SUA MISTERIOSA MORTE NEGLI ABISSI.

Eccola... Salta per farsi vedere. Sono sedici anni che
la scena si ripete. Almeno cos raccontano i pescatori al
largo di La Romana, paradiso tropicale della Repubblica
Dominicana. Ai turisti la storia piace: fanno la fila
per ammirare da vicino le acrobazie della stenella, il pi
comune dei delfini.
Ma questo  speciale: riappare sempre a fine settembre
e sparisce un paio di settimane dopo. E qui la leggenda
si sposa con la cronaca: il 12 ottobre 2002 nello
stesso spicchio di mare ha perso la vita Audrey Mestre,
la donna che sussurrava agli abissi.  morta in circostanze
incredibili mentre tentava di stabilire il nuovo
record del mondo, scendendo al buio dei -171 metri. 
sparita tra le braccia del marito che l'aveva raggiunta ai
-90, riportandola in superficie. Non un uomo qualunque,
ma Pipin Ferreras: il cubano diventato leggenda
grazie alle immersioni in apnea e alle sfide con Umberto
Pellizzari. In quel giorno di un dolce autunno, come
pu esserlo solo ai Caraibi, si spezza nel modo pi atroce
una bellissima storia d'amore. Ma  stato solo il fato
a portarsi via Audrey? Oppure l'incidente  in realt
un delitto perfetto? Il quesito  aperto, la risposta non
c', ma i fatti di quella giornata sono verificabili: si pu
persino vedere la morte in diretta della Mestre, ripresa
dalle telecamere che dovevano documentare l'impresa.
Un elemento sembra inchiodare Pipin alle sue responsabilit:
la bombola che serviva a gonfiare il pallone, da
usare come ascensore per la risalita una volta raggiunti
i -171, era incredibilmente vuota. E toccava proprio al
cubano controllarla: gestiva tutta la macchina dell'organizzazione.
Insomma, quella che si allunga su Pipin
non  una semplice ombra,  un'eclisse totale. Ma prima
di scandagliare ogni dettaglio della tragedia, tocca
fare un salto all'indietro. Tocca raccontare come si sono
incrociate le vite di una parigina trapiantata in Messico
e di un cubano diventato mito per la capacit polmonare
da extraterrestre. Tocca scavare nel loro rapporto.
Audrey Mestre nasce a Saint Denis, sotto il segno
del Leone, l'11 agosto 1974. Con la famiglia si trasferisce
in Messico, studia biologia marina, specializzandosi
sui cambiamenti del corpo umano nelle profondit.
In particolare sul blood shift, lo spostamento di sangue
che avviene, a causa della forte pressione dell'acqua,
dalle aree periferiche verso il torace, impedendo
lo schiacciamento dei polmoni. Pipin ne  un esempio
vivente, Audrey lo venera. Nel 1996 viene a sapere che
tenter un nuovo record a soli 250 chilometri da dove
abita: non ci pensa due volte, salta in macchina e corre
fino a Cabo San Lucas. Non solo, paga per poter seguire
da vicino l'immersione. Ferreras nota quella ragazza
che scivola sinuosa nelle acque tanto da sembrare un
delfino: le chiede di entrare a far parte della sua squadra.
L'esistenza di Audrey cambia in modo repentino:
Pipin le insegna tutti i trucchi del mestiere, la porta ad
accarezzare mante e balene. Lei impara velocemente,
scatta foto e video che documentano i progressi. E segue
il nuovo amore a Miami. Si sposano nel 1999 e la
passione sembra non conoscere confini. E pure la Mestre
si scopre no limits: va sempre pi gi, seguita dal
marito. Insieme stabiliscono il record di coppia, sfondando
quota 100. Poi lei diventa primatista femminile
mondiale. E quando Pipin sbanda e perde conoscenza
al termine della risalita durante il tentativo di arrivare a
-164, tutti capiscono che l'allieva  pronta per superare
il maestro. Anche perch sulla scena  comparsa una
nuova stella: l'inglese Tanya Streeter, scesa a -160. Ferreras
non pu rispondere, dopo il malore  ingrassato,
meglio non sfidare la sorte. Ma Audrey s,  gi arrivata
a -166 metri in allenamento. Pipin  fiero e geloso della
moglie, la spinge verso l'estremo: Puoi stracciare la
Streeter. Fallo anche per me.
Lei non  convinta: Competo con me stessa, non
con gli altri. Eppure la pressione di Pipin  pi forte
degli abissi che a quelle profondit schiacciano il corpo
con il peso di circa 120 chili: i polmoni diventano palle
da tennis, il cuore  spinto verso la cavit toracica e
batte 20 volte al minuto. Il rischio narcosi  una scimmia
che sta sulle spalle: per batterlo gli atleti ripetono
come una nenia la data di nascita, dove abitano, come
si chiamano...
Audrey scende a quote riservate agli Di: -170. Pipin
ha deciso:  arrivato il momento di chiamare i giornalisti
e organizzare il record. Fissa l'arrivo a -171, come
un palazzo di cinquantacinque piani. Il 12 ottobre 2002
il sole fa le bizze, si nasconde dietro le nuvole. Audrey 
pensierosa, se ne sta ad aspettare nella muta gialla. Un
video cristallizza questo suo presagio, qualcuno intravede
un occhio nero, figlio di una notte tempestosa, coperto
dal trucco. L'idillio  finito, l'amore anche. Carlos
Serra era manager e socio d'affari di Pipin: racconta di
un divorzio chiesto dalla Mestre proprio in quelle ore,
di un'immersione che sarebbe stata il canto del cigno.
Ferreras lascia Serra in hotel e va sulla barca a preparare
l'attrezzatura. La slitta che porter la francese
al record  appesantita da 60 chili di zavorra, poi c'
il palloncino con la bombola. Pipin dice di aver girato
la valvola e sentito il classico sibilo dell'aria. Tutto 
pronto: il cubano va in acqua, d un bacio alla moglie e
taglia il cordoncino dell'ascensore. Audrey va gi, dove
solo due sub sono pronti a intervenire in caso d'incidente.
Ad assistere la Streeter ce n'erano dieci. La discesa
va bene, poi l'imprevisto: Audrey ruota l'erogatore
per gonfiare il palloncino che l'avrebbe riportata indietro
alla velocit di 3 metri al secondo, ma niente. Non
c' aria. Cosa pu aver pensato una ragazza di 28 anni
in quel momento? Forse solo a salvare la pelle. Il sub
che vigila capisce la gravit della situazione, raggiunge
la francese e usa la sua bombola per dare pressione
al palloncino. Perch non d ossigeno alla Mestre? A
quella profondit significherebbe morte istantanea per
il blood shift. L'unica via d'uscita  risalire poco alla
volta. Audrey lo fa fino ai -120, ma ormai  in apnea da
quasi 4'. In superficie i giornalisti intuiscono la tragedia,
Pipin chiede una bombola, la indossa e s'immerge.
La moglie intanto perde conoscenza, come una foglia
scivola verso l'abisso. Il sub la blocca. Poi sente un rumore
sopra di lui, alza gli occhi e vede Pipin: con una
forza sovraumana afferra Audrey e schizza in direzione
della luce. Quando bucano l'acqua e riconquistano l'aria
sono passati 8 minuti e 38 secondi da quell'ultimo
bacio. La Mestre  cianotica, ha bava sulla bocca e tutti
i sintomi dell'annegamento. La issano sulla barca, Serra
invoca a gran voce l'intervento del dottore, ma quello
arruolato da Ferreras  un dentista.
Pi che blu profondo (titolo del libro di Pipin) 
giallo profondo. E poco importa che le autorit locali
non aprano nessuna inchiesta parlando di incidente;
che Pipin faccia cremare la moglie per poi spargere in
mare le ceneri; che qualche anno dopo nel giorno del
loro matrimonio scenda a -171 proprio a Cabo San Lucas;
che dica: Ovunque lei sia, mi aspetta. Ci dobbiamo
ritrovare: era una delle due cose che pi amavo. Mi
 rimasto il mare. Le lacrime e il dolore del cubano
sembrano genuini, ma lo sono altrettanto i sospetti. James
Cameron, regista di Titanio, da anni rimanda il film
su questa storia: il fantasma dell'omicidio non si pu
ignorare. Ha deciso di produrlo (Jennifer Lawrence interpreter
la francese), lasciando allo spettatore il verdetto
finale. Una risposta la d invece Carlos Serra nel
libro The Last Attempt (non  stato tradotto in italiano).
Punta l'indice sul cubano: Dovevo bloccare quel
tentativo. Audrey era triste e depressa. Quel giorno ho
chiesto per tre volte a Pipin se la bombola fosse carica
d'aria, mi ha sempre detto di s. Sono sicuro: il serbatoionon  stato riempito perch non voleva riempirlo.
Accusa gravissima. Ma Serra fa di pi, svela al mondo
un Pipin diverso da quello affabile conosciuto dai media,
lo descrive affetto dalla sindrome del narcisismo
maligno contraddistinta dal senso di onnipotenza e invincibilit,
dalla sensazione di impunit. Serra suggerisce
questo: Pipin aveva immaginato il salvataggio in extremis
della moglie come il migliore colpo di scena utile
a riportarlo al centro dell'attenzione. Ma con gli abissi
non si scherza. Noi non abbiamo certezze: i video sono
disponibili sul web (compreso quello in cui Audrey 
messa su un lettino da spiaggia per essere trasportata in
ospedale). Chiunque pu vederli e farsi un'idea. Intanto
la stenella continua a presidiare le acque vicino a La
Romana.

Biografia.
Audrey Mestre. 
Nata a Saint-Denis l'11 agosto 1974 si avvicina
al mondo dell'apnea grazie all'incontro con
Francisco Ferreras, di cui diventer moglie.
Dopo aver stabilito il primato in apnea
femminile di -125 metri nel 2000, cerca l'impresa
di raggiungere i -171 metri. Il tentativo
per le  fatale.

CAPITOLO 5.
ALEX SCHWAZER E LA LOTTA PER LA VERIT.

La nevicata  di quelle importanti: mette k.o. l'autostrada
del Brennero in un battibaleno, ma a noi basta uscire
al casello di Vipiteno per raggiungere in pochi minuti
Alex Schwazer. Sul tavolo della cucina c' una fetta di
torta ai mirtilli rossi preparata dalla moglie Kathi e il
racconto di una vita finita sottozero nell'agosto 2016,
quando in una serata brasiliana, nel mezzo dell'Olimpiade
di Rio, il Tas inflisse all'altoatesino otto anni di
squalifica per la positivit delle urine prelevate a Capodanno.
Da allora Alex ha intrapreso due cammini paralleli:
il primo strizza l'occhio al futuro, con il nuovo
lavoro di allenatore, la famiglia illuminata dalla nascita
di Ida (ha 2 anni, mi sa che  testarda come il pap...)
e la voglia di avere altri bambini; il secondo  molto
pi complesso, le orme inseguono il passato e vanno a
caccia di qualcosa che per Schwazer vale dieci volte di
pi dell'oro conquistato nella 50 chilometri di marcia
ai Giochi di Pechino 2008.
S,  cos. Nei prossimi mesi conto di tagliare questo
traguardo simbolico grazie al lavoro della Procura
di Bolzano, dei Ris e dei periti. Si dovrebbe mettere un
punto fermo: la pip esaminata a Colonia il 2 gennaio
2016 era diversa da quella prelevata a Racines il giorno
prima dagli ispettori.
Questo vorrebbe dire una manipolazione: affermazione
forte,  sicuro?
I segnali vanno nella direzione giusta, non  stato
semplice. Per oltre un anno c' stata negata la possibilit
di avere il campione A e quello B. E non ero io a chiederli
alla Iaaf e alla Wada, ma un magistrato italiano.
Perch questo muro? Se non hai nulla da nascondere
dovresti essere contento di togliermi l'ultimo alibi. E
invece si sono opposti con una ferocia pi che sospetta,
cercando di consegnare un campione farlocco al colonnello
dei RIS arrivato in Germania.
 andata proprio cos?
Basta leggere la perizia dell'uffciale Giampietro
Lago: si  visto portare un flaconcino aperto evidentemente
meno problematico per la Iaaf del reale campione
B. Poi, dopo la minaccia di una denuncia penale,
hanno scongelato e consegnato l'urina giusta.
Raccontava di segnali positivi nelle indagini della
Procura di Bolzano per stabilire se ci sono state manipolazioni
e una positivit costruita a tavolino. Pu dirci
qualcosa in pi?
Tutto ruota intorno alla concentrazione del mio
DNA nei due campioni. Valori altissimi e molto difformi
tra provetta A e B. Il giudice ha capito che bisognava
fare ulteriori approfondimenti dopo aver ordinato dei
test delle urine su 100 persone, in modo da confrontarne
i risultati. Quella era la prima fase: da sola non
bastava per dare linfa alla nostra ipotesi. La Iaaf si era
opposta ad altri esami. E invece si  scavato a fondo,
scoprendo diverse cose.
Tipo?
Il DNA delle persone testate la scorsa estate ha subito
un degrado importante in questi mesi, la concentrazione
 scesa. Come  naturale che sia. E invece il mio DNA
dopo 2 anni  risultato altissimo e integro. Non solo, il
valore del mio campione B  incredibilmente pi alto di
quello A. E anche questo risultato non  spiegabile. O
meglio  spiegabile solo nel modo che sappiamo.
Per la giustizia sportiva lei si  dopato, il controllo
ha dimostrato questo.
Le provette sono state analizzate una prima volta
a Colonia il 2 gennaio 2016: negative. A fine marzo, un
paio di giorni prima che venissero distrutte, l'avvocato
Thomas Capdeville, capo antidoping Iaaf, ordina da
lontano un secondo esame: mirato alla ricerca di steroidi.
E risulto di un pelo positivo: si vede che un laureato
in legge ne sa molto di pi degli esperti in materia.
Perch dovevano farla fuori?
C'erano almeno due ragioni. Mi ero dopato, avevo
confessato. Volevo rientrare, ma proprio perch era
un ritorno pulito al cento per cento avevo raccontato
tutta la verit, facendo nomi e cognomi di chi sapeva
e mi aveva coperto. E poi avevo scelto un allenatore
da sempre in lotta contro il sistema: Sandro Donati.
Fischetto e Fiorella, i medici Fidal da lei tirati in
ballo, sono stati condannati in primo grado a Bolzano.
Lo rifarebbe?
S, non c'era un'altra strada. Non sarei stato credibile.
E si  pentito di aver chiamato Donati?
Sta scherzando? Semmai  incredibile che uno con le
sue qualit sia stato emarginato dalla Federazione. Paga la
sua schiettezza e le battaglie, non di facciata, al doping. La
nostra vittoria a Roma, nel maggio 2016, resta la dimostrazione
dello straordinario lavoro fatto insieme.
Cancellato dalla positivit. Cosa ricorda di quel 21
giugno 2016?
Tutto resettato. Sono state settimane frenetiche,
mi allenavo come se nulla fosse successo. Il giorno
dell'udienza a Rio ho corso 25 chilometri....
Continui.
Per andare in aeroporto siamo passati dal percorso
della 20 chilometri: si sarebbe corsa la mattina seguente.
Vedendolo ho provato il dolore pi grande di
tutta la mia vita.
Avrebbe vinto l'oro?
Non si pu dire. Di sicuro stavo benissimo, coi metodi
di Sandro ero al top. Davamo fastidio. Eppure, avevamo
dato massima disponibilit: potevano controllarmi quando
e dove volevano. Dall'ottobre 2015 al giugno 2016 mi hanno
testato sangue e urine per 20 volte: guarda caso sono risultato
positivo di poco solo nella provetta di Capodanno.
Le hanno dato del bipolare, con Donati preso in giro.
Una cosa simile la pu sostenere uno specialista,
non chi mi ha visto due volte nella vita.
Perch si  dopato dal 2011 al 2012?
Ero sull'orlo di una crisi di nervi. Sapevo che i
russi si dopavano, volevo battermi ad armi pari.
Non ha provato a parlarne con qualcuno?
Ho tentato. Mi rispondevano: Pensa solo a te.
Ma non ce la facevo: i valori dei russi erano lampanti e
nessuno faceva nulla.
Il conto per l'uso di sostanze proibite  stato: stop di
3 anni e 9 mesi, disonore a livello mediatico, l'espulsione
dai carabinieri e la fine di un amore importante con Carolina
Kostner, squalificata pure lei per averla coperta.
Ho commesso una fesseria enorme, facendo male
a me stesso, tradendo la fiducia di tifosi e sportivi, dando
un dolore atroce alla mia famiglia. A loro ho chiesto
scusa tante volte.
E alla Kostner?
Non la sento dal 2014: quello che  accaduto nel
2012  stata tutta colpa mia, ma non accetto di passare
per il diavolo. Ho messo tantissimo nella nostra storia:
qualcuno dimentica come le sono stato vicino dopo il
flop all'Olimpiade di Vancouver 2010.
Lei  stato il primo a parlare di doping di Stato da
parte dei russi, poi esclusi dai Giochi invernali 2018.
Siamo sulla buona strada?
Forse, ma il vero cambiamento avverr quando
non ci saranno compromessi per ragioni politiche. Anche
nel caso della Russia vedo una mezza retromarcia.
La lotta al doping si  fatta pi stringente. Come
valuta le nuove regole?
Bene i 10 anni per ritestare una provetta, uno ci
pensa venti volte prima di doparsi. Ok pure il passaporto
biologico, ma occorre fare controlli periodici. Altre
cose le capisco meno.
Quali?
Il caso Froome. Mai visto che la giustizia sportiva
ricalcoli un valore superiore al consentito in base alla
disidratazione dell'atleta. E ancora, negli sport di squadra
pagano solo i singoli pure se trovati dopati in una
finale. Un controsenso.
Battaglia giudiziaria a parte, come va la sua vita?
Sono felice con Kathi e Ida, ogni momento libero
lo passo con loro. Altri figli? Assolutamente s. Il lavoro
di personal trainer va bene, alleno un gruppo di
30 amatori perch non posso occuparmi dei tesserati.
Hanno tra 30 e 60 anni, corrono maratona o la mezza.
Sono bravo? Lo possono dire loro. A volte devo frenarli,
vorrebbero strafare. Li capisco, da ragazzo facevo 20
chilometri al mattino e altri 20 al pomeriggio. Sandro
Damilano urlava: Sei pazzo. No, mi sentivo libero.
Ecco, queste sensazioni ora le ritrovo allenando. Sembra
in forma e anche magrissimo... Se posso esco coi
miei allievi. Il pi bravo fa la mezza in un'ora e 10'.
Non mi peso pi dal 2016: per qualche vecchio coach
i chili erano un'ossessione. Ma vince il pi forte, non
il pi magro. Ho sempre mangiato quello che volevo,
comprese schifezze tipo Wurstel. Se uno si fa un mazzo
cos, almeno a tavola lascialo stare... Ah, faccio 10 chilometri
in 31 minuti....
Sarebbe pronto per un nuovo rientro?
No, ho mollato di testa. Sandro forse mi chiederebbe
di provarci, ma chi ci assicura che non ritentino
di farmi fuori? Guardo poco lo sport in tv, seguo lo sci
e faccio il tifo per il mio amico Paris: quante grigliate
insieme in estate. Il Coni? A Natale ho ricevuto gli auguri
di Malag. Potevano fare di pi? Li capisco, fanno
parte del CIO, ma una parolina me la sarei aspettata
quando dalla Germania si sono rifiutati di dare le provette
ai magistrati italiani.
Chi la giudica male forse non cambier idea neppure
se dovesse emergere l'alterazione delle urine.
A me interessa dimostrare che non ho imbrogliato:
lo devo a chi mi vuole bene, un po' a me stesso e
poi credo sia giusto per le persone che hanno seguito
la vicenda in modo distratto. Certo, per qualcuno sono
il male e rester un dopato a vita. Solo quando muori
gente simile  disposta a darti un po' di compassione....

Biografia.
Alex Schwazer Marciatore italiano, classe 1984, conquista
l'oro olimpico nei 50km a Tokio. La sua parabola
discendente inizia a Londra 2012, con
una squalifica per doping che lo esclude dalle
Olimpiadi.
Dopo una lunga rincorsa conquista la qualificazione
ai giochi olimpici di Rio, ma una
nuova positivit nello stesso anno (riferita a
un campione di urine prelevato il 1 gennaio
2016) gli vale una squalifica di otto anni.

CAPITOLO 6.
LORIS STECCA, IL PUGILE IN CERCA DI PACE.

Fanno pi male i pugni presi sul ring o quelli della vita?
Ai primi ero preparato, mentre i secondi li ho incassati
quando avevo la guardia bassa. E potevano distruggermi,
spazzarmi via. Invece sono ancora in piedi.
E guardo con fiducia al futuro.
Loris Stecca sorseggia un caff nella sua casa di
Rimini poi passa direttamente al pranzo: di solito un
piatto di pasta anche se sono le 9 del mattino. Deve
fare il pieno di energie: la giornata non ha soste se non
quelle dal camioncino che guida per la citt a caccia
di sacchetti della spazzatura da raccogliere fino a sera,
prima di tornare a dormire in una cella. Questa  la sua
nuova esistenza, scandita da 3072 round o se preferite
da otto anni e mezzo di carcere. Adesso, quando un pugile
finisce nei guai con la giustizia si sprecano i giudizi
sommari: Beh, cosa ti aspettavi? Quelli l sono buoni
solo a menare.
Peccato che rispetto delle regole, sacrificio, sudore e
umanit sono il pane quotidiano per milioni di ragazzi
che nelle palestre del pianeta diventano uomini (responsabili)
grazie a un allenatore, un quadrato delimitato dalle corde e
un paio di guantoni. Pochi, davvero pochi,
emergono fino al professionismo. Pochissimi, davvero
pochissimi possono vantare numeri positivi nel bilancio
finale della carriera. E infine c' il club ristretto degli
eletti, dei campioni del mondo.
Come Loris Stecca: trentacinque anni fa il Palasport
di Milano fu messo a dura prova dall'entusiasmo
di 20.000 tifosi, impazziti per la boxe del romagnolo
fatta di assalti continui e colpi portati a ripetizione.
Una tempesta senza fine sul volto del domenicano Leo
Cruz, re dei supergallo da ventiquattro mesi, che alla
dodicesima ripresa, si gira di schiena: No mas dice
all'arbitro. Basta cos. Stecca si ritrova in un istante in
cima al mondo. Molto tempo dopo, dicembre 2013, di
quella notte sono rimasti solo gli echi, persino il Palasport
non c' pi (crollato nel 1985 sotto il peso della
neve). E questa volta  Stecca a pronunciare un no
mas esasperato nei confronti della socia che l'aveva
convinto ad aprire una palestra. Solo che il no mas
ha le sembianze di un coltello piantato nell'addome
della donna. Arresto, processo e condanna per tentato
omicidio sono le tappe successive.
Perch, Stecca?
Ho fatto una fesseria grande come una casa. Se potessi
tornare indietro... ma non si pu. Mi sono preso le mie colpe,
sto pagando, come  giusto che sia, rialzandomi dal punto
pi basso. Non mi lamento, per fortuna ho un lavoro onesto.
Raccolgo l'immondizia abbandonata per strada. E allora?.
Ma quella coltellata...
Lo so, lo so... Ero esasperato per le umiliazioni subite,
ho perso la testa... Credo che tutto sia scritto, quel
coltello serviva per tagliare le corde del ring, l'avevo
portato in palestra da casa. Dopo l'ennesima lite stavo
cercando il telefono nel borsello e invece... Non volevo
ucciderla, questo no. Ferirla s. Dopo ho chiamato i carabinieri
e mi sono fatto arrestare.
Pentito, ci pare?
Beh, certo. Temevo di perdere la famiglia. Mia moglie
poteva lasciarmi, ne avrebbe avuto tutte le ragioni.
E invece con i miei due figli  rimasta al mio fianco.
Ripartire  stato pi semplice.
Si  comportato da detenuto modello e ora ha la
libert a portata di mano.
Vedremo, il mio avvocato, Maurizio Vagnoni, ha
presentato domanda per l'affidamento in prova. Vorrebbe
dire dormire sempre a casa. In carcere ho seguito
il progetto di reinserimento:  servito, eccome se  servito.
Devo dire grazie alla Cooperativa 134 per il lavoro
attuale: riesco a mantenere la mia famiglia e posso sperare
di lasciare il carcere.
Lei  stato campione del mondo, non si vergogna
quando la riconoscono mentre guida un camioncino
della spazzatura?
Perch mai, sono altre le cose di cui ci si deve vergognare.
E poi mi fa piacere se mi riconoscono: vuol
dire che qualcosa di buono ho fatto.
Quando ha iniziato a boxare?
Tardi, avevo gi 16 anni. Giocavo a calcio con il
Santarcangelo, sono nato e cresciuto l. Ero una mezzala
grintosa. Quando i miei si sono trasferiti a Rimini
sono andato in palestra per caso, trascinato da amici.
L'impatto come  stato? Bella sensazione: ordine
e pulizia. E la voce ferma dei maestri. Ho avuto la fortuna
d'incrociare Elio Ghelfi. Vieni a provare, disse.
Non me lo sono fatto ripetere.
I suoi genitori come l'hanno presa?
Non lo sapevano. Avevo lasciato la scuola dopo
le medie e lavoravo fino alle 18. Mangiavo qualcosa al
volo e andavo in palestra. Ricorda il primo incontro?
Ghelfi mi dice: Sabato non prendere impegni, la sera
si va a vedere dei combattimenti a Riccione. Arriviamo
sul posto e fa: Cambiati, vai tu sul ring. Resto spiazzato,
lui lo capisce e rilancia: Hai paura?. Un minuto
dopo ero gi spogliato: vittoria al primo round.
E dopo?
Un anno da dilettante, solo successi. Divento campione
d'Italia dei pesi piuma. Nel 1983 vinco il titolo europeo:
mi propongono di andare a fare una difesa in Irlanda, borsa
da 70 milioni di lire. Ottimo, penso. Ma il manager
Umberto Branchini mi ferma C' l'occasione per avere il
mondiale. Ci credo poco, insisto per l'Irlanda. E invece....
E invece aveva ragione Branchini...
S, ma con un particolare mica da ridere: Devi
scendere di categoria, la chance  nei supergallo. Voleva
dire perdere due chili, da 57 a 55. Siete matti, sbotto.
Non ho un filo di grasso, come faccio.
Come ha fatto?
Mi presentano un medico bolognese, Giovanni
Cremonini. Un uomo alto, elegante e con una moglie
bellissima. Il figlio  il cantante Cesare, allora era un
bambino. Comunque, mi mette a dieta, carboidrati col
contagocce, grassi, alcool e fritti banditi. Sacrifici pazzeschi,
ma elimino due chili. Prima del peso resto a digiuno
per un giorno. Ma ci sono.
Sacrifici ripagati, quella sera a Milano...
Uno spettacolo, match durissimo. Cruz picchia
alla grande, io non indietreggio. Si combatteva sui 15
round, una eternit. Lui d tutto al decimo, pensa di
chiudere. Assalto fallito. E allora riparto: alla dodicesima
le braccia andavano da sole. Quando si  girato non
ho capito pi nulla.
Re dei supergallo a neppure 24 anni, sembra tutto
in discesa...
Da contratto dovevo andare in Portorico a difendere
il titolo contro Victor Callejas. E l accade di tutto:
i tifosi non mi fanno dormire, la polizia sempre intorno.
C'era un clima pesante, il mio clan non vedeva l'ora di
tornare a casa. E alla fine cedo mentalmente: alla sesta
ripresa vado gi.
Rivincita a Rimini nel novembre 1985.
Pronti via e un colpo sporco mi spacca la mandibola.
Sputo sangue, ma combatto senza paura. Sono
avanti nei punti e alla sesta ripresa Victor  stremato,
salvato dal gong. In quel momento salta la luce per colpa
di alcuni tifosi che tranciano i fili. Stiamo fermi 5 minuti:
quando ripartiamo lui  fresco, mi colpisce alla mandibola,
vedo le stelle e questa volta la luce si spegne a
me. Mi operano la sera stessa a Bologna. Con Victor ci
siamo rivisti a Rimini nel 2005, siamo rimasti amici. Ha
ammesso che avrei meritato di pi, senza parlare della
gomitata che mi aveva dato in un corpo a corpo.
Da allora solo sfortuna: a furia di k.o. ecco un'altra
occasione mondiale, sfumata sulle strisce pedonali...
Per me parlano i numeri: 59 incontri da professionista,
55 vittorie, 37 per k.o., 2 pareggi e 2 sconfitte.
Nel gennaio 1989 una macchina m'investe: ginocchia
fratturate. Costretto al ritiro.
Voleva rientrare nel 2008, minacci pure di buttarsi
da un viadotto autostradale perch non volevano darle
la licenza.
Quella era una provocazione: aspettavo da
vent'anni il risarcimento per l'incidente. Le pare possibile?
Poi l'assicurazione ha pagato, ma al ribasso.
La boxe le manca?
Tantissimo. Mi ricordo di quando Branchini mi
port in America a fare esperienza. Stavo a New York
con Rocky Mattioli, correvamo a Central Park. Per
combattere andavano a Los Angeles, in riunioni dove
c'erano pugili del calibro di Boom Boom Mancini e Arguello.
In quei mesi Stallone girava Rocky III.
Oggi  tutto diverso, l'ultimo grande pugile italiano
 stato Giovanni Parisi. Il futuro? Vorrei aprire una palestra,
mettere la mia esperienza a disposizione dei pi
giovani per la difesa personale e aiutare quelli avanti
in et a mantenersi in forma. Come faccio io: tutte le
sere torno a piedi in carcere. Ho 59 anni e peso 55 chili,
come nel 1984. Sono ancora qua, in piedi. La spugna
non la getter mai....

Biografia.
Loris Stecca Pugile classe 1960, nato a Santarcangelo di
Romagna, conquista il titolo di Campione del
Mondo dei supergallo WBA il 22 febbraio 1984.
La sua carriera termina nel 1989, dopo essere
stato investito da una macchina.
Nel 2015 viene condannato per tentato omicidio.
Oggi lavora come operatore ecologico.

CAPITOLO 7.
MICHELE ALBORETO, L'ULTIMO ITALIANO A VINCERE CON LA FERRARI.

Lo sapevo, lo sapevo... Mai una gioia con queste Ferrari.
Ecco, siamo ancora indietro. La voce rimbomba
nel giardino dove i bambini stanno giocando a pallone.
In mezzo a loro pure un ragazzo di cinquanta anni.
Zio, avevi ragione: anche questa volta niente vittoria
della Rossa dice il pi piccolo del gruppo.
Ho fatto meglio a restare con voi, stiamo facendo
proprio una bella partita risponde l'uomo.
Ma tu non li guardi mai i Gran Premi di Formula
1, come fa pap? lo incalza il nipote.
Sai, una volta li vedevo eccome e facevo pi chiasso
di tuo padre. Ma da quando Michele non corre pi
mi  passata la voglia.
Il bimbo rimane a pensare, poi rilancia: E come mai
questo Michele non fa pi le gare?  diventato vecchio?
Beh, no. Semmai il contrario: rimarr sempre giovane
nei nostri cuori. E forse ho sbagliato a dirti che
non gareggia pi, forse lo fa ancora in cielo: vedi quella
nuvola bianca grandissima che sembra proprio una pista?
Ecco, magari  l in questo momento, magari  pure
in testa spiega lo zio.
Ma allora  morto?  stato un incidente? dice
il bimbo.
Ho capito, vuoi che ti racconti la sua storia. Va
bene, per dobbiamo partire dall'inizio, da quando Michele
era un ragazzo poco pi grande di te e abitava
nella periferia di Milano. Ascolta, di solito per diventare
un pilota si comincia fin da piccolo a guidare i go
kart. Solo che ci vogliono parecchi soldi per fare pratica
e comprare questi mini bolidi. Insomma,  uno sport
da ricchi. Questo di solito, perch c' una cosa che non
si pu comprare come capita a te quando vai con la
mamma al supermercato e fai il pieno di patatine. Ecco,
questa cosa  il talento. Ce l'hai o non ce l'hai. Stop.
Come il colore degli occhi. E il talento, unito alla determinazione,
alla voglia di emergere, al coraggio e a
un pizzico di fortuna, in F1 conta pi del denaro. Michele
non aveva alle spalle una famiglia ricca, quindi la
sua passione per i motori l'ha coltivata con parsimonia,
quasi in silenzio. Era una specie di sogno inconfessabile.
Ma il padreterno l'aveva dotato di grande talento,
cos poco alla volta il suo valore venne a galla. Lui fu
bravo a non arrendersi alle prime difficolt e soprattutto
a superare le diffidenze di un mondo che ha un po' la
puzza sotto il naso....
Il bambino trova curiosa quella frase. E che vuol
dire, zio. I piloti non si lavano tanto?.
L'uomo sorrise di gusto: Hai ragione, poteva sembrare
quella cosa. No,  un modo di dire: nel senso che
siccome lui non proveniva da quel mondo, allora pensavano
che non sarebbe mai diventato un pilota importante.
 come se nella tua classe arriva uno scolaro da
un'altra citt, non lo conosci e pensi che non sar mai
tuo amico. E invece lo diventa eccome.
E quindi Michele era bravo come pilota? chiede
il nipote.
Molto bravo ed era anche una persona buona.
E infatti il fratello maggiore Ermanno, pilota eccelso
anche lui, fa di tutto per farlo emergere. Chiede aiuto
agli amici della periferia e insieme decidono che quel
ragazzo merita di realizzare il suo sogno: fanno diverse
collette e gli permettono nel 1976, quando ha 20 anni,
di debuttare in Formula Monza, un circuito minore, ma
sempre un inizio. E in quelle garette dove vale tutto, il
talento di Michele emerge in modo cristallino, facendolo
arrivare primo in diverse occasioni. Cos nel 1978
sale di categoria e arriva in Formula Italia e F3. Non ha
ancora una macchina super potente, ma riesce lo stesso
a diventare vicecampione italiano. Una sorpresa. Adesso
tutti sanno chi  Alboreto anche perch nel 1980 si
laurea campione europeo di F3 e soprattutto gli affidano
la Lancia Beta Montecarlo nel Mondiale marche,
dove ottenne tre prestigiosi secondi posti in coppia con
Eddie Cheever.
Un attimo di pausa poi l'uomo riprende il racconto.
Qualcuno ha ormai messo gli occhi su quel milanese
dal piede pesante, e pesante vuol dire che va veloce,
molto veloce. Quel qualcuno  il Conte Gughi Zanon di
Valgiurata: un nobile colto e appassionato di motori tanto
da farsi carico delle spese necessarie per lanciare giovani
talenti. E Michele ha le doti che piacciono al Conte, cos
gli regala letteralmente il sedile della Tyrrell in F1 per il
Gran Premio di San Marino a Imola nel 1981. Alboreto
adesso  arrivato in cima: non ha paura di spingere e
lottare contro i mostri sacri. Con la Tyrrel, non certo una
macchina delle migliori, d filo da torcere a tutti e ottiene
due storiche vittorie: nel 1982 a Las Vegas e nel 1983 a
Detroit, sar anche l'ultimo successo di una Tyrrel in F1.
Quella doppietta gli spalanca le porte del paradiso, perch
un pilota italiano bravo e vincente  una rarit, ma lo 
ancora di pi se guida una Ferrari, il Cavallino che fa impazzire
il Belpaese.
Il bimbo alza la mano, come a scuola.
Dimmi, Roberto gli risponde lo zio.
Il Cavallino  la macchina per cui fa il tifo pap, giusto?
 quella di colore rosso, la Ferrari... chiede.
Bravo, proprio quella. Anche io faccio il tifo per la Ferrari,
 una passione. E sai perch si chiama cos? Te lo dico
io: perch in questo modo si chiamava il suo pap, vale a
dire l'ingegnere che tanti anni prima aveva pensato e poi costruito
quella macchina. Ed  proprio lui, Enzo Ferrari, che
nel 1984 decide di dare la sua creatura a Michele Alboreto.
Ora, quella Ferrari non  all'altezza della sua fama: fatica a
finire le gare, spesso il motore si rompe, tradendo le speranze
di tifosi e piloti. Il Mondiale finisce in posti lontani dall'Italia,
come l'Inghilterra dove c' la McLaren che ha ingaggiato l'ex
ferrarista e idolo Niki Lauda pi un giovane talentuoso francese,
Alain Prost. La Ferrari prova lo stesso a dare noia e ci
riesce: Alboreto piazza la zampata in Belgio, nel circuito
di Zolder, ottenendo prima la pole position e poi la vittoria
da dedicare alla memoria di Gilles Villeneuve, l'amato
pilota della Ferrari morto due anni prima proprio su quella
pista. Quel trionfo  la consacrazione di Michele: entra
nel cuore dei tifosi. Anche nel mio e di tuo padre. Da quel
giorno Alboreto diventa infatti il nostro campione preferito.
E l'anno seguente per diversi mesi ci culliamo con
un pensiero stupendo: la Ferrari di Alboreto campione del
mondo davanti alla McLaren. La nuova Rossa va forte e
Michele la fa andare ancora pi forte: vince in Canada
(sul circuito intitolato a Villeneuve), fa il bis in Germania
e piazza una serie di podi che lo proiettano in testa alla
classifica. I sogni muoiono all'alba dice il proverbio, nipote
mio. Nel nostro caso, muoiono a fine estate. Perch
proprio sul pi bello la Ferrari ci tradisce, il motore
va in fumo quattro volte di fila, costringendo Alboreto
al ritiro. Trionfa Prost, Michele deve accontentarsi del
secondo posto. Era dai tempi di Ascari che un italiano
non aveva portato cos in alto la Ferrari e anche dopo
nessuno riuscir a farlo.
Ma Michele ci poteva riprovare nel campionato successivo,
zio? Come accade nel calcio... dice il bambino.
Hai ragione e infatti and cos, solo che la McLaren
era come la Juventus: vinceva sempre. E la Ferrari
non aveva risolto i problemi al motore. Anzi peggiorarono.
Cos Alboreto si ritrov a guidare una macchina
lenta e inaffidabile. Nei tre anni successivi zero
vittorie e l'unica volta che potrebbe trionfare accade il
fattaccio: Gran Premio di Monza nel 1988, Enzo Ferrari
 morto da neppure un mese, incredibilmente le due
McLaren Honda (una guidata da Senna) si ritirano. Le
Rosse sono in testa, Michele meriterebbe il primo posto
per quello che aveva dato alla scuderia di Maranello in
quelle stagioni, ma dai box arriva un ordine di scuderia:
Berger  in testa, non va attaccato. Michele ci resta
malissimo, ma obbedisce e non supera il compagno, arrivando
secondo. Sul podio per  triste, non sorride ai
tifosi. Ha capito che la sua avventura con la Ferrari 
al capolinea. Resta ancora in F1: con la Tyrrel, la
Larrousse, la Arrows, la Footwork, la Scuderia Italia, la
Minardi.
Tutte macchine di secondo piano, non all'altezza
del talento di Alboreto. Poi nel 1996 decide di abbandonare
la F1 per passare alle gare endurance con la
TWR-Porsche, centrando una prestigiosa vittoria alla
24 ore di Le Mans nel 1997. Alboreto ritrova la voglia
e gli stimoli giusti. Il suo talento e la grande esperienza
lo fanno diventare molto presto un punto di riferimento
anche per il colosso Audi, che gli affida le macchine in
fase di test, in modo da migliorarle prima di lanciarle
in corse ufficiali. Michele non lo sa, ma il destino
ha bussato alla sua porta proprio in quel modo. Il 25
aprile 2001 in Italia  la festa della Liberazione, non
si va a scuola e gli uffici sono chiusi, ma in Germania
 un giorno come tanti: Alboreto sta provando una
macchina nella pista di Lausitzring. Gira al massimo,
come sempre affonda il piede sull'acceleratore. Quello
 il suo lavoro. Ma accade un imprevisto: una gomma
si sgonfia poco alla volta, la macchina sta andando a
oltre 300 all'ora quando perde aderenza sull'asfalto. A
quella velocit vuol dire decollare, come un aereo. Il
volo  brutale, l'Audi si capotta pi volte, distruggendosi.
Chiss se Michele avr fatto in tempo a pensare a
quando da piccolo sognava di diventare un pilota, chiss
se ha capito quello che stava succedendo, chiss se
ha sorriso alla morte che lo andava a prendere mentre
lui era vestito con la tuta e il casco. Se avesse potuto,
forse sarebbe stato proprio quello il modo scelto per
uscire dalla vita. Quando ho saputo della tragedia, sono
stato male. La tristezza mi ha accompagnato per diversi
giorni insieme a un senso di amaro che non andava pi
via. Pensavo e ripensavo a tutti i momenti belli passati
a tifare per Michele. E ho trovato ingiusta quella morte.
E cos ho preso una decisione: non avrei visto pi un
Gran Premio di F1. Una promessa fatta a Michele. Una
promessa mantenuta.
L'uomo si ferma, gli occhi inumiditi dalla commozione.
Ci pensa il bambino a farlo uscire dal tunnel di
emozioni. Zio, ma ti basta alzare gli occhi per vedere
Alboreto correre. Me l'hai detto tu, prima. Guarda? 
in testa, proprio su quella nuvola. Nessuno lo pu superare,
sta per vincere....
Eh gi, non ci avevo pensato.  come dici: tra un
po' taglia il traguardo da primo. Presto, andiamo a
chiamare il tuo pap: molto meglio vedere questa gara
di quella che stanno facendo in tv.

Biografia.
Michele Alboreto Nato a Milano nel 1956,  stato un pilota di
Formula 1. Ha corso cinque stagioni con la Ferrari
con cui ha conquistato anche tre Gp e il secondo
posto nella classifica piloti del Mondiale
1985, alle spalle di Alain Prost.
Muore il 25 aprile 2001, in un incidente durante
i collaudi di preparazione alla 24 Ore di Le Mans.

CAPITOLO 8.
FABIO CASARTELLI, IL CAMPIONE OLIMPICO MORTO
TRAGICAMENTE AL TOUR.

Il sole di luglio  talmente implacabile che la salita si sta
trasformando idealmente nel volo di Icaro. Eppure i due
ciclisti spingono sui pedali, andando su e ancora su. Il sudore
sgorga dai loro caschi, formando un rivolo perenne.
Pap, ci fermiamo a bere? chiede il pi giovane.
Tra poco, dopo quella curva c' uno spiazzo. Ci
riposeremo l.
Bastano queste parole per accendere la fantasia: il ragazzo
immagina di essere al Tour de France, in fuga sui Pirenei.
E con il traguardo a portata di mano. Cos accelera,
stacca il padre e si lancia verso la vittoria sognata. Supera
la curva e vede a bordo strada qualcosa che gli ricorda
un monumento, di sicuro  il posto indicato dal genitore.
Si blocca, scende dalla bici e aspetta. Dai, pap... Ti ho
sorpreso con il mio attacco... Ora, riposiamoci perch ti
vedo un po' affaticato.
L'uomo si toglie gli occhiali. Ehi, pa', quello non 
sudore, quelle sono lacrime... Che sta succedendo?.
La vedi questa stele bianca? Non siamo qui per caso.
Quello  il Cippo in memoria di Fabio Casartelli. Quando
eravamo ragazzi correvamo nella stessa squadra...
risponde l'uomo.
Davvero? Si chiamava Fabio come me... Non mi
avevi mai parlato di lui, ma  morto qui? Era un professionista?
Raccontami la sua storia.
Il padre fa un cenno di assenso con la testa, poi
inizia a parlare. S, non ti avevo mai detto nulla. C'era
troppo dolore, eravamo molto amici con Fabio. Andavamo
a scuola insieme, nel paese dei tuoi nonni: Albese
con Cassano. Siamo cresciuti tra partite di calcio, gite
tra i boschi, pesca nei laghi e tanta, tantissima bici. Ci
allenavamo ogni giorno, con qualunque tempo. Sai, andavo
forte, mica come adesso che mi stacchi in salita...
Fabio, per, andava ancora pi forte. Soprattutto nei
percorsi misti, aveva un motore potente al posto delle
gambe, era perfetto per le classiche. Ogni tanto cercavo
di sorprenderlo nei saliscendi della Brianza. A sorpresa
gli facevo: Vince che arriva primo a quella fontana...
e allungavo. Quasi sempre mi riprendeva, qualche volta
no. Quanta strada fatta insieme, poi a 16 anni ci siamo
separati: mio padre ha seguito il suo capo a Roma e
io, con il resto della famiglia, ho seguito lui. Fine delle
gite, dei boschi, dei laghi. E fine anche della bici, troppo
complicato usarla nelle strade della capitale....
Ma siete rimasti in contatto lo stesso con il tuo
amico? chiede il ragazzo.
Certo, anche se non era facile come adesso: mica
avevamo i telefonini. E quindi ci scrivevamo spesso, un
paio di volte ci siamo ritrovati in estate. Fabio intanto
non aveva mica mollato la bici, del resto era figlio
d'arte, e stava facendo passi importanti: arriv a correre
tra i dilettanti. Io facevo un tifo da matti per lui,
lo incoraggiavo anche quando le cose non andavano
benissimo. E nel 1992 accadde una cosa fantastica....
Beh, cosa aspetti ad andare avanti, pap....
Certo, certo lo rassicura l'uomo. Ti dicevo, nel
1992 si disputano le Olimpiadi a Barcellona. Fabio 
uno dei tre corridori convocati dall'Italia per la prova su
strada. Lo sento il giorno prima della partenza in Spagna,
gli dico Ci farai piangere di gioia.... Lui risponde:
L'importante  non farvi piangere dallo schifo....
Ridiamo entrambi attaccati alla cornetta. Poi arriva il
giorno della gara: 2 agosto. Fabio  nato il 16 dello
stesso mese, nel 1970. Due anni prima Pierfranco Vianelli
a Citt del Messico aveva conquistato l'ultimo oro
italiano nel ciclismo su strada. Insomma, quel 2 agosto
Adriano De Zan, il mitico telecronista delle gare in bici,
sussurra che possiamo spezzare il digiuno con Davide
Rebellin, considerato da tutti il favorito in assoluto. E
allora l'allenatore degli azzurri, Giosu Zenoni, piazza
un capolavoro tattico: Rebellin e Gualdi, l'altro nostro
ciclista in gara, fanno da difensori, mentre Casartelli
all'improvviso attacca. Lui scatta sulle strade spagnole,
io sul divano. Urlo al televisore come se mi sentisse.
Con Fabio ci sono anche l'olandese Erik Dekker e il
lettone Danis Ozols. Arrivano sul rettilineo finale:
Casartelli apre il gas, Ozols cede subito, mentre Dekker resiste
un po' di pi, ma deve arrendersi allo strapotere di
Fabio. La scena  bellissima: ci sono sei braccia alzate. S,
proprio sei. Perch festeggiano tutti e tre: il lettone per
il bronzo, l'olandese per l'argento e l'italiano per l'oro.
Questo  lo spirito dell'Olimpiade. E comunque, quando
vedo Fabio sul palco sorridente, con i riccioli neri liberi
di flottare sulla fronte, mentre stringe la medaglia e canta
l'inno di Mameli, beh lo confesso: ho pianto. E mai avrei
immaginato di dover piangere ancora, meno di tre anni
dopo, per tutt'altro motivo.
L'uomo si ferma, ha un groppo in gola.  accaduto
qualcosa qui, vero pap, lo incalza il figlio.
Gi proprio qui... Tour de France 1995, Casartelli
 passato tra i professionisti. Non sono stati anni
semplici dopo il trionfo di Barcellona. Ma Fabio non
era tipo da montarsi la testa: pensa, dalla Spagna era
ritornato a casa in corriera, insieme con i tifosi del suo
paese. Quando mai un campione olimpico viaggia in
quel modo... Eh, ma lui era cos: semplice e genuino.
Insomma, dopo un paio di stagioni complicate, firma
per la Motorola, squadra americana di grandi prospettive.
Un suo compagno  Lance Armstrong, s proprio
lui. Quello che dominer il Tour per 7 anni di fila dopo
aver sconfitto il cancro, quello che fu staccato in salita
solo da Marco Pantani, quello che poi ammetter
di essersi dopato in quelle stagioni vincenti, venendo
cancellato dall'albo d'oro del Tour. Ma nel 1995 tutto
questo non esiste. Esiste la felicit di Fabio: quando lo
sento pochi giorni prima che partisse per la Francia, 
al settimo cielo: per la sua nuova squadra, per il matrimonio
con la sua Annalisa, ma soprattutto per la nascita
del figlio Marco, nato il 13 maggio di quello stesso
anno. Che cosa posso volere pi dalla vita?, mi disse.
Sai quante volte ho ripensato a quella frase? Sai quante
volte avrei voluto avere una macchina del tempo per
arrivare in questo maledetto punto e avvisare Fabio del
pericolo? E invece niente. Nulla potr mai cambiare il
destino della quindicesima tappa con traguardo a Cauterets,
nel cuore delle vallate pirenaiche. Era il 18 luglio
e faceva un caldo infernale. Poco prima di mezzogiorno
il gruppo affronta la discesa del Portet d'Aspet, quella
che noi abbiamo fatto in salita. Qualcosa va storto, c'
una caduta: a terra restano una decina di atleti. Addirittura
il francese Rezze finisce nella scarpata, tra gli
alberi. Ma gli va bene, mentre un ciclista resta immobile
nell'asfalto, accucciato sul fianco destro.  Fabio, ha
sbattuto la testa contro un blocco di cemento messo a
bordo strada a mo' di guardrail. Un impatto violentissimo,
il gruppo stava viaggiando a 70 chilometri all'ora.
Fabio non ha il casco, all'epoca non era obbligatorio.
La scena  drammatica: la strada diventa rossa, il sangue
scende a frotte dalla testa del mio amico. L'elisoccorso
interviene in pochi minuti e lo porta all'ospedale
di Tarbes. Ma la situazione  disperata: durante il volo
per tre volte il cuore di Casartelli si ferma e per tre
volte i dottori lo riportano in vita. Arriva in reparto
in coma profondo irreversibile. I medici le provano
tutte, ma le radiografe sono impietose: Fabio aveva riportato
fratture a stella e lo schiacciamento dell'osso
parietale. Il cervello non funzionava pi. Il cranio era
come diviso dalla zona vascolare. Nonostante questo i
dottori ordinano trasfusioni per nove litri di sangue e
continuano il massaggio cardiaco per un'ora e mezza.
Ipotizzano di trasferirlo a Bordeaux per un'operazione
ai limiti della scienza, ma il paziente  intrasportabile.
Alle 14 si arrendono, comunicando la morte di Fabio.
Io ero davanti al televisore, pregavo e pregavo perch
ci fosse un miracolo. Poi sento De Zan, lo stesso che
aveva commentato la vittoria di Barcellona, piangere
in diretta tv, mentre annuncia che il mio amico non c'
pi. E sono andato via, ho preso la bici e ho iniziato a
pedalare. Non ricordo dove, ricordo solo che quando
sono tornato a casa era gi scuro, scuro come il mio
animo. Meglio cos, perch avrei spaccato il televisore
se avessi visto la barbaria accaduta alla fine della tappa,
con le stucchevoli cerimonie di premiazione per il vincitore
Richard Virenque, i baci delle miss, la festa con
il morto in casa. Una vergogna senza fine. Ma siccome
i corridori sono una grande famiglia, l'indomani ecco
l'omaggio a Fabio, con i suoi compagni della Motorola
che tagliano il traguardo uno a fianco all'altro, senza
che venga stabilito l'ordine d'arrivo. Non solo, il 21 luglio
a Limoges, in una tappa adatta alle caratteristiche
di Casartelli, vince Lance Armstrong e alza le braccia al
cielo dove riposa Fabio. Gi, Fabio. Tu sei nato 5 anni
dopo e adesso sai perch ho scelto questo nome. Mi
sembrava giusto raccontarti la storia davanti a questa
stele in marmo bianco e grigio.
L'uomo smette di parlare, si porta la mano sugli occhi.
Il figlio lo abbraccia a lungo. Rimangono ancora un
po' in silenzio, davanti al monumento. Poi si rimettono
in sella, pedalando verso la cima. Dai pa', vediamo chi
arriva primo alla fontana?. L'uomo sorride, si guarda
intorno. Il caldo non c' pi, sta respirando un'aria diversa,
fresca e con l'odore di lago, come quella dei colli
brianzoli. E gli sembra che anche la sua bici sia insolita
e anche lui si vede cambiato, molto pi giovane. Allora
ci stai? Il traguardo  la fontana ripete il ragazzo.
Ci sto, Fabio. Ci sto....

Biografia.
Fabio Casartelli Nato a Como, il 16 agosto 1970, 
 stato un ciclista italiano, capace di conquistare 
l'oro Olimpico nel 1992 nella prova in linea a Barcellona.
Il 18 luglio 1995, durante la quindicesima
tappa del suo secondo Tour de France,  coinvolto
in una caduta che ne provoca la morte.
 
CAPITOLO 9.
LEO DAVID, IL RAGAZZO CHE BATTEVA "RE" STENMARK.

Il sole illumina la valle di Gressoney: una giornata perfetta
per fare sport. I turisti davanti alla seggiovia gi
immaginano le traiettorie da disegnare.
Hai letto il cartello? Pista internazionale Leonardo
David... E chi sar mai? chiede uno di loro.
Magari un vecchio sindaco, ho notato che David 
un cognome diffuso qui risponde un altro.
E se fosse uno sciatore locale? rilancia il primo.
In quel preciso istante sente battersi sulla spalla.
Posso?, interviene un signore in avanti con l'et,
l'abbronzatura tipica dell'uomo di montagna, le rughe
profonde come solchi, la giacca rossa con il simbolo da
maestro di sci. Vi stavate chiedendo chi era Leonardo
David, giusto? Beh, un campione....
La frase arriva diritta e veloce nel cuore dei visitatori,
come un discesista sullo schuss. Non  necessario
aggiungere altro. Per farvi capire che non ho esagerato
riprende il vecchio metto dentro a questa storia
il pi grande di tutti: Ingemar Stenmark. Ecco, sapevo
di fare centro col mitico svedese: ha attraversato le generazioni
e sconftto il tempo, ma forse il suo regno
sarebbe durato di meno se Leonardo avesse continuato
a gareggiare. E invece il 26 febbraio 1985  sparito via
per sempre dopo un'agonia durata sei anni. Il David che
si faceva amare da tutti, l'orgoglio della Valle d'Aosta, il
talento cristallino capace di battere Stenmark in uno slalom
di Coppa del Mondo, era in realt scomparso in una
giornata di marzo del 1979, in una maledetta trasferta
americana che si poteva evitare, si doveva evitare....
Il vecchio maestro sospira, una lacrima gli solca il viso.
I turisti gli vengono in soccorso: Ci piacerebbe saperne
di pi, sempre se la cosa non le crea troppa sofferenza....
La pausa  breve, nuove parole spezzano il silenzio.
Il dolore non si cancella, la ferita non si chiude.
Per la memoria va coltivata: andiamo avanti. Anzi,
torniamo indietro. Molto indietro. Leonardo era nato
qui a Saint-Jean, il 27 settembre 1960. Il pap Davide
non era uno qualunque: due volte tricolore in discesa
libera e sette anni passati in Nazionale. Insomma, il
piccolo Leo impar prima a mettere gli sci che a camminare.
E quando la famiglia si trasfer a La Trinit,
qualche chilometro pi su, nella gola che si incunea
verso gli oltre 4500 metri del Lyskamm, la nuova casa
affacciava proprio sulle piste. E chi li fermava pi a
quei due diavoletti... Eh, s: c'era pure una femminuccia,
Daniela. Pi grande del fratello di soli 14 mesi.
Stavano sempre insieme, sembravano gemelli. Leo era
vivacissimo, con quella faccia da impunito e i riccioli
a cascata sul viso.
Sciare era come respirare: si lanciava da ogni pendenza,
quando zigzagava era insuperabile. Un'infanzia
serena, con qualche marachella. Famosa quella
volta che a Leo venne in mente di saltare la scuola,
trascinando pure Daniela: invece di entrare nell'istituto
dove c'era l'unica classe elementare per i sette-otto
bimbi del paese, si nascosero in un garage. Pap Davide,
avvisato da un amico, li riport indietro infliggendogli
la punizione pi temuta: niente sci per una
settimana. Ma una settimana pass in fretta e Leo
bruciava le tappe. Incominci a vincere tutte le gare
a cui partecipava. Certo, erano sfide tra ragazzini, ma
bastavano a far passare di bocca in bocca il suo nome:
Pu diventare il nuovo Thoeni. Leo non sentiva la
pressione, l'inverno lo dedicava alla neve e agli allenamenti
sulle piste, ma d'estate c'era spazio per altro: la
pesca delle trote, i tuffi dagli scogli nell'isola d'Elba, le
partite a calcio con i forestieri che salivano a Gressoney
per sfuggire alla calura. Nel 1978 l'attenzione degli
italiani era per il Mondiale in Argentina: anche Leo
trepidava per la Nazionale di Bearzot, ma nel frattempo
non era pi una semplice promessa. Qualche mese
prima era stato accolto trionfalmente dalla sua gente:
aveva primeggiato in Coppa Europa. Doveva ancora
compiere 18 anni quando gli si aprirono le porte della
valanga azzurra.
Quella di Thoeni, Gros, Plank e De Chiesa? domanda
un turista.
Esatto, proprio quella. E Leo David mise subito le
cose in chiaro: non era l per imparare, semmai erano gli
altri che dovevano imparare da lui. Andava gi come un
fulmine, aveva la velocit nel sangue: gli sarebbe piaciuto
fare il pilota di rally. Con la patente ancora fresca di tipografia
si compr un Renault 5 Alpine, ovviamente azzurra.
E faceva impazzire il cronometro quando saliva e scendeva
da Saint Jean. A dire il vero il cronometro lo mandava
al manicomio, insieme agli avversari, quando c'erano gli
slalom: nella stagione d'esordio and sul podio a Schladming,
Kranjska Gora e Jasna. Poi non contento decise che
era ora di alzare le braccia al cielo. Oslo, 7 febbraio 1979:
Leo sorrise alla vita e al fotografo, accanto aveva due mostri
sacri come Stenmark (secondo) e lo statunitense Phil
Mahre (terzo). Il futuro sembrava suo....
E poi cosa accadde? si leva dal gruppo sempre
pi numeroso di sciatori in ascolto.
Una banale caduta durante una prova di discesa
a Cortina valida per il titolo italiano, questo accadde
il 16 febbraio. Leo picchi la testa. Si sentiva stordito,
aveva vertigini. Il dottore della Nazionale gli imped di
partecipare alla gara e lo sped a Lecco per una visita
di controllo. Come mai non a Milano? Perch l c'erano
i medici di fiducia della federazione. E comunque,
gli esami neurologici dettero esito negativo. Ma non la
Tac, negli anni Settanta era presente solo in pochissimi
ospedali. Analgesici e riposo per qualche giorno, fu la
cura prescritta. Leo ritorn a casa in macchina, da solo.
Il mal di testa, per, non passava. Neppure quando ritorn
nel ritiro della Nazionale: bisognava preparare
la trasferta di Lake Placid, negli Usa, dove nel 1980
erano in programma le Olimpiadi. David, per l'ex tecnico
Mario Cotelli, poteva puntare a una medaglia. In
allenamento le cose non girano: Paolo De Chiesa vide
Leonardo fermarsi a bordo pista, scuotere il capo come
se volesse scacciare un insetto tra i capelli. Che c'?,
gli chiese. Mi d fastidio il rumore degli sci sul ghiaccio,
fu la risposta. I dottori erano tranquilli: Il dolore
passer, sono i postumi della botta. E cos David
si ritrov con un biglietto d'aereo in mano. Il 3 marzo
1979 si present al cancelletto di partenza, altra discesa
di prova. Fil tutto liscio fino a pochi metri dall'arrivo,
poi le telecamere ripresero la tragedia: Leo in posizione,
all'improvviso gli sci s'incrociarono, cadde e sbatt
ancora la testa, si rialz, tagli il traguardo su uno sci
solo e si accasci tra le braccia del compagno Gros che
era l ad attenderlo. Perse subito conoscenza, la bocca si
riemp di bava. Lo portarono in barella per la pista, fino
all'elicottero. Poi il ricovero in ospedale, nel Vermont,
dove fin sotto i ferri per tre volte nel giro di dieci giorni.
Il professore che lo oper scopr un vecchio ematoma
con sangue raggrumato: si era formato dopo la caduta di
Cortina. Leo rientr in Italia a maggio: aveva perso ogni
riflesso. A fine luglio i genitori lo portarono a Innsbruck,
da un luminare della chirurgia. Leo sub una seconda tracheotomia
ad agosto, ma nulla: lo sciatore che sorrideva
alla vita e volava sugli sci aveva lasciato il posto a un
ragazzo che non riconosceva nessuno, neppure la mamma
che ogni giorno gli sussurrava parole d'amore. Un'esistenza
da vegetale durata sei anni, poi nel febbraio 1985 Leo
abbandon quel corpo inerme e ritorn a volare, questa
volta nell'azzurro del cielo. Nessuno ha pagato per tutto
questo, nessuno ha mai chiesto scusa. Il tempo ha fatto il
resto: sembra quasi che per la Federazione Leonardo David
sia ancora un nome tab, da dimenticare. Ecco perch
 importante raccontare la sua storia. Spero si tramandi di
generazione in generazione....
Il vecchio smette di parlare e abbassa gli occhi. Il
gruppo di turisti rimane immobile, con un groppo in
gola. Poi dalla selva di gambe sbuca un ragazzino. Scusi,
signore: il mio idolo  Hirscher, ma se ci fosse Leo,
tiferei per lui. Ha una sua foto da regalarmi? La voglio
mettere nella mia stanza, chiede. L'anziano maestro sorride:
Certo, ora vai a sciare, te la porto a pranzo. Sai,
Leo aveva pi o meno la tua et quando gli dissi che
sarebbe diventato un campione....

Biografia.
Leo David Promessa dello sci italiano, e vincitore della Coppa
Europa del 1978, era considerato uno degli
enfant prodige degli sport invernali tricolori.
Dopo un tragico incidente sugli sci nel 1979,
a cui fecero seguito diverse polemiche anche a livello
giudiziario, trov la morte nel 1985, dopo
aver passato gli ultimi sei anni di vita su un letto
d'ospedale, in stato vegetativo comatoso.
 
CAPITOLO 10.
VALENTINO MAZZOLA,
LA LEGGENDA DEL "TULEN" CONDOTTIERO DEL GRANDE TORINO.

GOOOL, GOOOL. Le urla strappano il vecchio dal
riposo pomeridiano. Che diavolo succede... Fammi vedere
cosa combinano i nipoti.
In tv scorrono le immagini di una partita. Chi ha
segnato? chiede.
Ciao, nonno. Scusa se ti abbiamo svegliato.  colpa
mia, sto battendo Paolo alla playstation... risponde
Roberto. L'anziano alza gli occhi al cielo: Ah il calcio,
com' cambiato in peggio. Prendi i giocatori di adesso,
sembrano virtuali, robot tutti muscoli e poca tecnica.
Valentino Mazzola invece....
Paolo e Roberto si guardano stupiti. Poi si fanno
coraggio: Valentino chi, nonno?.
L'uomo si toglie gli occhiali, guarda corrucciato gli
adolescenti. Non avete mai sentito parlare del Grande
Torino? Fermate quella diavoleria, vi racconto di Valentino.
Sapete, io ho avuto la fortuna di vederlo all'opera.
Allora, la nostra storia inizia giusto 100 anni fa, il 26
gennaio 1919 a Cassano d'Adda. L nasce un bimbo
destinato a diventare immortale. Sono tempi difficili,
l'Italia  appena uscita dalla Grande Guerra. I soldi sono
pochi, le famiglie tirano la cinghia. A casa Mazzola il pap
era operaio, ma nel 1929 resta senza lavoro. Il giovane Valentino
da quattordicenne, la tua et Paolo, prende impiego
al linificio del paese. E un ragazzo forte: nel 1929 salva
un bimbo di 6 anni che stava per annegare nell'Adda. Si
chiama Andrea Bonomi, diventer il capitano del Milan...
Ma non perdiamo il filo. Stavo dicendo?.
Che Valentino aveva un gran fisico, nonno. Come
Cristiano Ronaldo... dice Roberto.
Non mischiare il sacro al profano. Ascolta, mica
allora c'erano campi perfetti, palloni leggeri e scarpe su
misura. Sai come affinava la tecnica Valentino? Usciva
da casa con una latta di conserva vuota. E la prendeva
a calci, in strada. Destro e sinistro. Collo, interno ed
esterno. Destro e sinistro. Collo, interno ed esterno. Gli
amici lo sentivano a un chilometro di distanza e anche
per questo gli affibbiarono il soprannome Tulen, barattolo
in dialetto. Comunque, Mazzola cresce bene e
in campo fa faville con la Tresoldi, la squadra del quartiere.
Da l passa il destino: ha le sembianze di un compaesano.
Resta impressionato da Valentino e lo segnala
all'Alfa Romeo, dove lavorava. Molte aziende, infatti,
avevano un club di calcio. Cos Mazzola nel 1938 si
ritrova lo stipendio da meccanico e una maglia da onorare
in Serie C. Che sia fortissimo  chiaro: il Milan gli
propone di fare il giocatore a tempo pieno, offrendogli
il doppio di quello che prendeva all'Alfa.
Lui tentenna, poi rifiuta. Meglio il posto sicuro,
pens. A spostarlo dalla fabbrica ci pensa la Regia Marina
nel 1939: militare a Venezia, dove riusc a prendere
la licenza elementare studiando di sera. Il pallone,
per, era lo svago dell'intera caserma e il Tulen metteva
tutti in riga. Quello pu giocare in A, spiegarono gli
osservatori ai dirigenti del Venezia, molto scettici sulle
qualit di un marinaio. Ma gli altri tanto brigarono,
tanto insistettero, da convincerli. Al provino Valentino
si presenta a piedi nudi: ha solo un paio di scarpe, non
vuole rovinarle. Fa scintille sotto lo sguardo stupito
dell'allenatore Giuseppe Girani. Prendiamolo, prendiamolo...,
urla al presidente. Che risponde ni, mandando
Mazzola nella squadra riserve. Poi il 3 marzo
1940, mentre la Germania di Hitler sta predisponendo
l'assalto finale alla Francia, esordisce in A: contro la
Lazio, a Roma. Lo schierano da centrattacco, segna il
primo gol in A nella penultima di campionato contro il
Bari, regalando la salvezza ai neroverdi che gli vale la
riconferma. Valentino si fa notare per la sua duttilit,
pu ricoprire ogni ruolo: centravanti, mezzala sinistra o
destra, mediano, terzino. Nel frattempo l'allenatore del
Venezia diventa Giovanni Battista Rebuffo. Mazzola
far solo l'interno sinistro, spiega alla squadra. E nella
posizione preferita Valentino  dirompente: trascina la
squadra alla vittoria nella Coppa Italia del 1941....
Ma nonno si giocava pure con la guerra? domandano
i nipoti.
Eh s, Mussolini diceva che la vita doveva continuare
come prima. E il calcio era il modo migliore per
nascondere la realt. E quindi nel campionato successivo
Mazzola e il Venezia fecero ancora meglio fino a conquistare
un prestigioso terzo posto. Valentino  ormai una
stella di prima grandezza, la Juve sta per comprarlo, ma
Ferruccio Novo, patron del Torino, bussa alla porta del
club lagunare con un assegno da un milione e 250.000
lire. E si porta via Mazzola. Quella follia sar la fortuna
dei granata e del calcio italiano.
Come mai, nonno?
Cari ragazzi, Mazzola diventa leader e capitano
della Nazionale e soprattutto del Grande Torino. La
squadra dei sogni di qualunque sportivo, la sola che mi
ha fatto battere il cuore. Ero troppo piccolo quando nel
1943, con gli americani pronti a sbarcare in Sicilia, i
granata vincono scudetto e Coppa Italia, un bis mai riuscito
prima. Poi la guerra spacca in due l'Italia e per ritrovare
un campionato vero si passa nel 1945-46: c'ero
sulle tribune del Filadelfia, la fossa dei leoni, a godermi
lo spettacolo. Il Torino trionfava, Valentino incantava
da uomo squadra. Era un giocatore universale, faceva
gol di destro, di sinistro, di testa. Aveva coraggio, sapeva
dribblare, lottava su ogni pallone, era altruista, ma
pure capace di segnare una tripletta al Vicenza in soli
3 minuti, record italiano. Giampiero Boniperti, attaccante della
Juventus e poi presidente della Vecchia Signora, in un
derby di quegli anni va colpo sicuro, sta gi esultando
quando intravede un'ombra:  Valentino che respinge
sulla linea. Boniperti  incredulo per quel salvataggio,
resta a testa china, pensieroso. Lo scuote l'urlo dei tifosi
avversari, alza lo sguardo e vede Mazzola portato in
trionfo dopo il gol realizzato. Ecco, per noi bambini il
Grande Torino era una festa perenne che ci faceva dimenticare
gli stenti del dopoguerra: al Fila strapazzava
gli avversari e quando capitava una domenica storta,
Valentino guardava verso le tribune e con un cenno invitava
il trombettiere dello stadio, Oreste Bolmida, a
suonare la carica. Il capitano si arrotolava le maniche
e partiva il quarto d'ora granata, con gol a grappoli,
come nella rimonta alla Lazio: da 0-3 a 4-3. Me la
ricordo quella gara, piansi di gioia. Meno di un anno
dopo, invece, piansi per giorni interi: un dolore cos
l'ho provato solo per la scomparsa dei miei genitori.
Cos' accaduto, nonno? osano Paolo e Roberto.
Questa favola non  a lieto fine. Nel maggio 1949,
con in tasca il quinto scudetto consecutivo, il Torino
vola a Lisbona perch Mazzola ha organizzato un'amichevole:
l'addio al calcio di Francisco Ferreira, capitano
di Benfica e Portogallo. Valentino ha paura di
volare, agli amici aveva detto morir giovane. Era
rimasto segnato dalla scomparsa del padre, investito da
un camion, e temeva una fine tragica. Aveva ragione:
al ritorno in Italia la nebbia manda in tilt i piloti e l'aereo
si schianta contro la basilica di Superga. Il botto
fu udito in ogni angolo della citt, il passaparola lasci
senza fiato: IL GRANDE TORINO,  PRECIPITATO
IL GRANDE TORINO. Perirono 31 persone tra giocatori,
tecnici, membri dell'equipaggio e giornalisti.
Mor Valentino e una squadra unica: ben 10 di loro
erano punti fermi della Nazionale. Ai funerali non andai,
il mio pap temeva per la folla: in piazza c'era un
milione di persone. Ecco, questo era Valentino, nipoti
miei. Capace di segnare 97 gol nei 5 campionati vinti.
Era il mio sole, oscurato dalla nebbia. Ma forse vi ho
annoiato, tornate pure alla vostra sfida.
Aspetta, nonno. Guarda: si scrive cos Tulen?
Perch se non ti disturba, nella mia squadra della play
sposto Cristiano Ronaldo al centro dell'attacco e metto
Tulen Mazzola a sinistra. Ecco, fatto!
Mi fai un regalo, Paolo. Resto con voi:  da una
vita che sogno di rivedere Valentino giocare....

Biografia.
Valentino Mazzola Classe 1919, capitano e giocatore 
simbolo del Grande Torino (con cui vinse cinque scudetti
e una Coppa Italia), oltre che della Nazionale
italiana, si laurea capocannoniere della Serie A
1946-1947 con 29 gol.
Muore a Superga il 4 maggio 1949, insieme
a gran parte dei suoi compagni di squadra.

CAPITOLO 11.
GIOVANNI PARISI, IL PUGILE ITALIANO SALITO SUL TETTO DEL MONDO.

Destro, sinistro, muovi il tronco. Destro, sinistro,
muovi il tronco. DAI, NON MOLLARE....
Il ragazzo abbassa la testa, mette le mani sui fianchi.
Ha il respiro affannato. Mi serve una pausa, maestro.
Solo 5 minuti.
Le rughe del vecchio coach diventano solchi. La
boxe  fatica, la vita  fatica. Comunque, vai pure.
L'allievo va a recuperare la sua bottiglietta. L'acqua
gli rinfresca la gola asciutta, ma gli occhi sono attratti
da qualcosa d'insolito: nella vicina vetrata, tra coppe e
medaglie, brilla una lama affilata. Maestro, che ci fa
quel coltello tra i trofei della palestra? chiede.
Era di Giovanni Parisi e quello non  un coltello
qualunque risponde il vecchio.
Parisi chi? Veniva qui pure lui? A me quel coltello
sembra uguale a tanti altri... dice il giovane pugile.
Il maestro resta un paio di secondi in silenzio. Cambiamo
programma, Fabio. Ti racconto la storia di Flash.
Sar un allenamento diverso: te lo ricorderai per
sempre e se ne farai tesoro sar pi utile di mille salti
con la corda. Allora, Giovanni nasce in Calabria, a
Vibo Valentia, nel 1967. Tre anni dopo  gi dall'altra
parte dell'Italia: prima a Pavia, poi a Voghera. La sua
 un'infanzia difficile e con un pap vigliacco che abbandona
la famiglia, lasciando la moglie senza soldi e
con tre creature da crescere: Rosario, Giovanni e Giulia.
Sopravvivono in un tugurio: una stanza e il bagno
in comune con altri disperati. La signora Carmela lotta
come una leonessa: si fa in quattro per mettere insieme
il pranzo con la cena, fa le pulizie dove capita, fa qualunque
lavoro nonostante un cuore matto che avrebbe
bisogno di cure e riposo. Ma il riposo non  possibile:
Giovanni cresce ai confini della povert e del mondo. A
Voghera non passa inosservato: capelli ricci e neri neri
come gli occhi. Uno scricciolo emarginato e preso in
giro perch terrone. Non ha paura: impara presto a
difendersi, a farsi rispettare. Non gli piace la scuola, e
un giorno, nel 1978, dopo l'ennesimo richiamo si alza
dal banco, va alla finestra, salta gi e scappa.
Paolo sorride, non aveva mai sentito di una fuga
simile. Davvero, maestro? Ma non si  fatto male? E
l'avranno sospeso... chiede.
Stava al piano terra, mica era pazzo da rischiare
la vita. Poi, s, l'idea del preside era proprio quella
spiega il vecchio ma si mise in mezzo Alida, la prof
d'italiano. Aveva preso a cuore la storia di Giovanni,
sapeva delle tante difficolt patite, del padre uccel
di bosco e della madre malata. Lo spieg in una riunione,
convinse tutti che punire quel ragazzo avrebbe
prodotto l'effetto contrario. Fece da garante e da quel
giorno inizi a far sentire a Giovanni un po' di calore
umano: era la medicina migliore per chi aveva avuto
l'infanzia negata. Alida divent una specie di seconda
mamma: a lei confidava tutto. Come la scelta di andare
in palestra a tirare pugni, a sfogare la rabbia: era il
1980 quando varc quella porta. Giovanni, l'allievo
pi piccolo: non solo di peso e di et, ma pure d'altezza.
Nano, dove vuoi andare, gli dicevamo per capire
la sua tempra. E lui incassava. Incassava e imparava.
Con una velocit impressionante: era un piacere guardarlo.
La boxe lo aveva inquadrato, aveva delle regole
da seguire. Sotto la scorza da scontroso si nascondeva
un cucciolo dolce e sensibile. Sul ring sembrava ci
fosse nato. Si muoveva con una leggerezza incredibile.
Ma come ogni grande aveva un suo tallone d'Achille,
anzi due.
Quali erano, maestro? domanda l'allievo sempre
pi rapito dal racconto.
Il primo era l'ansia da combattimento: gli mandava
in tilt lo stomaco, aveva nausea, vomitava. Debutta
nel 1981 a Trezzano sul Naviglio, perde. Perde per abbandono.
Non riesce a gestire le emozioni. Il tormento lo
perseguita a lungo, poi un dottore capisce che  solo una
questione di testa: Mangia un cracker negli spogliatoi,
consiglia. E come per magia il problema sparisce. Parisi
vola: nel 1985  campione italiano dei piuma. Fa il bis
nel 1986 nei leggeri, ma nel 1987 mentre insegue il tris
si spacca il metacarpo in un match degli ottavi di finale,
vinto lo stesso. Ecco, la fragilit della mano destra
sar una costante della carriera, ma in quel momento
ha un problema molto pi grande. Quale? L'anno dopo
ci sono le Olimpiadi di Seul: il sogno d'ogni atleta. Giovanni
 infortunato, a causa dell'operazione non combatte
per diversi mesi. E al momento delle convocazioni
il suo nome non c'. La vita sembra divertirsi a dare pugni
in faccia a quel ragazzo: nel maggio 1988 il cuore di
mamma Carmela si ferma. Un lungo viaggio in Sicilia,
affrontato per conoscere i genitori del fidanzato della
figlia, la trascina nella tomba. Carmela resta a Randazzo,
in provincia di Messina, mentre Giovanni ritorna
disperato a Voghera. Ma c' una novit: si libera un
posto per l'Olimpiade, si  fatto male Cantarella. Il c.t.
Falcinelli ci pensa e decide di convocare Parisi. Ma a
una condizione: il buco  tra i pesi piuma, Giovanni 
salito tra i leggeri. Se vuole combattere a Seul deve perdere
3 chili in poche settimane. Tre chili da levare in un
fisico asciutto e scolpito di muscoli.
Il vecchio si prende una pausa e l'allievo piazza il colpo:
Ci riusc, maestro? Ad andare all'Olimpiade, intendo?
Ci riusc risponde l'allenatore.
Ecco, ora parliamo del coltello. Giovanni pass
l'estate a mangiare ananas. Sono 40 calorie ogni 100
grammi, si ripeteva mentre affettava. Quanti ananas
ha tagliato e quante lacrime ha versato pensando alla
mamma sepolta lontano. Ma alla fine la bilancia gli
sorride, sale sull'aereo. E qui subisce un altro smacco:
cerca il sedile segnato sul biglietto e si ritrova
accanto a Falcinelli. Che lo guarda stranito, gli dice:
Parisi, ti spiace far sedere qui Nardiello? Sai, lui 
la nostra punta di diamante.... Giovanni  colpito
nell'orgoglio, ma non fa una piega e va nelle ultime
file. Per tutto il viaggio pensa che quella  l'occasione
giusta per fare i conti con la vita. Il 22 settembre
1988 debutta con la canottiera azzurra numero 0431
e batte senza problemi un pugile di Taipei. Due giorni
dopo trova il campione europeo in carica: il russo
Kazarian. Finisce k.o. al 2 round, l'arbitro ferma
il match. Supera ai punti (5-0) l'israeliano Shmuel e
balza in semifinale. Con una medaglia gi al collo
affronta il marocchino Achik, atleta tosto. Giovanni
ha molto dolore alla solita mano, ma questa volta
la buona sorte  dalla sua: l'avversario si spacca il
polso dopo un colpo finito sul caschetto dell'italiano.
Deve ritirarsi. Il 2 ottobre 1988  il giorno dei giorni:
Parisi contro il romeno Dumitrescu. E qui Giovanni
si guadagna il suo soprannome, Flash: dopo 1' e 41
dall'inizio del match sferra un sinistro cos veloce da
sfuggire persino ai replay. Non si vede, ma lo sente
Dumitrescu: va gi e non si rialza. Giovanni  campione
olimpico. Quando lo capisce fa una capriola,
alza le braccia al cielo come a cercare la mamma e
ripensa a quella rincorsa durata 20 anni e 304 giorni.
Una rincorsa che lo ha portato da ultimo a primo,
con una medaglia d'oro nella valigia di cartone.
Pausa. Poi cosa  accaduto, maestro?.
Ripresa. Giovanni passa professionista, ma prima
riporta la mamma a casa, trasferendo la tomba a Voghera.
Gli  rimasta Alida, la seconda madre. A lei confessa
sensazioni e paure, la prof ascolta orgogliosa quel ragazzo
diventato un campione. Ma anche Alida presto decide
di raggiungere Carmela, di proteggerlo dal cielo. Lacrime
e sudore. Una costante nella storia di Giovanni. Che
intanto combatte, vince quasi sempre, sale nelle graduatorie.
La vetta la conquista il 25 settembre 1992 nello
stadio di Voghera dove sognava di giocare da piccolino,
quando pensava a un futuro da calciatore. La gloria e la
fama, invece, arrivano a suon di cazzotti: il messicano
Altamirano vede tutto nero alla decima ripresa. Campione
del mondo, Giovanni  campione del mondo. Lo resta
fino al 1993, poi molla tutto e va in America. Sale di
categoria e nel 1995 sfida la leggenda: Julio Cesar Chavez.
Ma la corona WBC resta una chimera, Chavez vince
nettamente ai punti. Parisi riparte con umilt, nel 1996 
di nuovo in cima: batte a Milano il portoricano Fuentes.
Resta re fino al 1998, poi cede il passo anche per i continui
dolori alla mano destra. Ma Giovanni non  tipo da
mollare: torna sul ring, risale la china, sfiora la terza impresa,
ma il tempo  inesorabile pure coi campioni. Nel
2006 dice basta dopo la sconfitta con Klose: ha 38 anni,
gliene restano meno di 3 da vivere....
La voce del vecchio si incrina. Maestro... osa
l'allievo.
Certo, vuoi sapere perch. Non c' una spiegazione.
Parisi schivava colpi, non abbassava mai la guardia.
Eppure in quella maledetta notte forse si  distratto. Ancora
pochi minuti e sarebbe arrivato a casa, da sua moglie.
Dai suoi figli. Poi un bagliore, il cambio di corsia,
l'impatto col furgone, la morte in tangenziale. Non doveva
andare cos, Parisi aveva tanto da dare. S, piango.
Per guardo intorno e mi consolo: il suo spirito  qui,
il suo sudore  qui, la sua tenacia  qui, il suo coltello 
qui... Cosa fai coi guantoni, ragazzo?.
Fabio sorride: Ha ragione, maestro. Mai mollare.
Giovanni ci guarda da lass con le sue mamme, non posso
deluderlo. Riprendiamo l'allenamento: destro, sinistro....

Biografa.
Giovanni Parisi Nato a Vibo Valentia nel 1967 si dedica presto
al pugilato. Raggiunge la notoriet grazie alla
medaglia d'Oro conquistata nel 1988 alle Olimpiadi
di Seul (categoria pesi piuma), passa poi al
professionismo conquistando il titolo mondiale
WBO nelle categorie leggeri e superleggeri.
Muore nel 2009, all'et di 41 anni, in un
tragico incidente stradale.

CAPITOLO 12.
GAETANO SCIREA, IL LIBERO CHE AMAVA ATTACCARE.

L'uomo si ferma proprio davanti alla porta, prima di entrare
guarda e riguarda la figurina che ha tra le mani: per
anni era stata custodita nel suo cassetto come una reliquia.
Fa un bel respiro e poi mette la testa dentro la stanza.
Eccomi, Matteo. Stasera non ho un libro da leggerti,
ma questa.
Il bimbo sgrana gli occhi, mette a fuoco la figurina e
fa una faccia strana. Poi esclama con tutta la sincerit degli
8 anni appena compiuti. Pap,  un giocatore della Juventus...
Lo sai che non sono come te, io tifo Fiorentina.
L'uomo si aspettava l'obiezione: ha la risposta
pronta. Certo che lo so, per stanotte voglio raccontarti
la storia di un giocatore speciale, un simbolo per
tutti: Gaetano Scirea. Era il mio idolo quando avevo
la tua et.
Cosa aveva di particolare questo Scirea? domanda
il bambino prima di accucciarsi tra le coperte.
Mi chiedi chi era Gaetano? Dunque, da dove partiamo?
Ecco, trovato. Un giorno lontano il piccolo Gai,
come lo chiamavano, se ne stava a palleggiare contro
un muro. Sai, una volta non c'erano tanti campi: un bel
muro era gi una fortuna. Comunque, lui aveva pi o
meno 9 anni ed era l, con un panino al salame tra le
mani per merenda. Destro, sinistro, un morso. Destro,
sinistro, un morso. Non sbagliava un colpo. Controllava
pallone e panino con la stessa naturalezza. Spettacolo per un solo spettatore, di passaggio: Gianni Crimella,
allenatore della Serenissima-S.Pio X di Cinisello Balsamo,
un paese vicino Milano. Crimella gli fece posto
nella sua squadra di calcio a 7, lo schier attaccante.
Gaetano sognava la 10, quella indossata da Rivera e
Suarez. I poster nella sua stanza. Ma da punta segnava
un sacco di gol e quindi niente 10. Passano gli anni, le
reti aumentano. Cos l'allenatore gli procura un provino
con l'Atalanta: ingaggiato. Da quel momento il piccolo
Gai prese a frequentare la corriera per andare da
Cinisello a Bergamo. Sempre. Anche quando il tempo
era brutto e la nebbia gli nascondeva persino il balcone
di casa. Non saltava un allenamento come il pap, siciliano
trasferito al nord per trovare lavoro, non mancava
un turno in fabbrica, alla Pirelli. Una vita di sacrifici
e di valori da trasmettere ai figli. Gai aveva un fratello,
Paolo. Pure lui giocava, ma gli mancava quel qualcosa
che fa la differenza. E comunque c' voluto un braccio
rotto per dare seguito a questa storia.
Come un braccio rotto, pap?
Eh, s. Proprio rotto. Vedi, Scirea con l'Atalanta
aveva cambiato ruolo: la sua classe e il suo vedere il
gioco prima degli altri, lo avevano portato a centrocampo,
vicino al 10 che voleva. Ma siccome sapeva
adattarsi alle richieste degli allenatori, aveva accettato
di andare in difesa, a fare il libero.
Libero? Che ruolo ? Non esiste... chiede Matteo.
Oggi non esiste, ma una volta era forse il ruolo
pi delicato dopo il portiere. Senti come suona bene
libero. Voleva dire che quel calciatore non aveva un
avversario da marcare come gli altri difensori, ma doveva
aiutarli, chiudere ogni spazio, essere l'ultimo baluardo.
Per farlo serviva intelligenza e senso tattico. Gai
li aveva. E quindi ogni tanto aveva tappato un buco.
Nel settembre 1972 l'Atalanta  in A, lui ha solo 19
anni: l'allenatore Giulio Corsini lo fa esordire contro il
Cagliari di Gigi Riva, il pi forte attaccante italiano. E
lo mette libero, accanto allo stopper Antonio Percassi
(ora  diventato il presidente dell'Atalanta), perch il
titolare, Giancarlo Savoia, si era rotto un braccio. Fin
0-0 e Scirea divise il premio in denaro per quel pari
con Savoia che gli aveva dato dei consigli nei giorni
precedenti. Savoia dopo qualche gara si riprende il posto,
Gai finisce in panchina. Ma per poco. La stagione
seguente, in B, non molla pi il campo. E siccome nel
cuore si sente ancora un numero 10, trova il modo di
esserlo anche da libero.
Come faceva, pap?
Quando la sua squadra attaccava non restava a
guardarli, ma diventava lui il primo attaccante. Usciva
palla al piede dalla difesa, testa alta, pronto al lancio per
un compagno. Proprio come lo vedi in questa figurina. E
mica si fermava qui: continuava a correre, arrivando fino
all'area avversaria, per segnare. Senza paura. Al massimo
la paura veniva ai suoi allenatori: non erano abituati a
vedere il libero dall'altra parte del campo. Ma era impossibile
fermarlo e poi non gli conveniva perch Gai
faceva la differenza. La Juve se ne accorse prima degli
altri: l'acquist. E presto scopr di aver comprato non
solo un grande giocatore, ma pure un grandissimo uomo.
Un esempio per tutti, anche per i bambini.
Come mai? domanda Matteo.
Perch il calcio adesso  troppo urlato, i calciatori
dimenticano che sono imitati in tutto e per tutto dai pi
piccoli. Si fanno creste, inventano esultanze, ma poi si perdono
nelle cose pi banali. Scirea in carriera non  stato
mai espulso e mai squalificato. Capisci, eppure giocava in
difesa. Aveva un rispetto sacro degli avversari, dell'arbitro
e degli spettatori. E quindi niente entrate violente, niente
proteste, niente liti, niente parole fuori posto. Una volta,
proprio in un Fiorentina-Juventus, i calciatori iniziarono
a spingersi dopo un brutto fallo a centrocampo. Scirea
raggiunse il gruppo dei rissosi e li fece sentire ridicoli dicendogli:
Non vi vergognate? In tribuna ci sono le nostre
mogli, i nostri figli e gli altri tifosi che ci stanno guardando.
Smisero di litigare all'istante. Perch Gai parlava
poco, ma quando lo faceva....
Pap, ma Scirea ha vinto qualcosa con la Juve?
Qualcosa? Visto che ti piacciono i numeri, eccotene
qualcuno: 7 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa
Campioni, la vecchia Champions, poi altri due trofei
ora riuniti dall'Europa League, la Coppa Uefa e la Coppa
delle Coppe. E ti assicuro che allora era molto difficile
conquistarli. E poi la Supercoppa Uefa e quella
Intercontinentale. Insomma, ha vinto tutto quello che
c'era da vincere. Non solo, con la Juve ha disputato 563
partite ufficiali, segnando 24 gol in A. E ha trionfato
sempre alla sua maniera, da libero in tutti i sensi. Anche
se all'inizio della carriera chiedeva il permesso. Matteo
s'incurios: Il permesso a chi? Perch lo faceva?
Era fatto cos. E poi nella Juve c'era Dino Zoff,
quel portiere che ti ho fatto vedere una volta in tv. Era il
suo capitano, ma anche una specie di fratello maggiore.
Gai, quando lasciava la difesa, temeva di procurargli
qualche apprensione. E gli chiedeva il permesso. Fino
a che, un giorno, Dino disse: Ascolta, Gaetano. Sali
quando vuoi, mi fido. Eh quei due, ad averli oggi in
Nazionale. Ci hanno fatto piangere di gioia.
Quando  successo, pa'?
Nel 1982, Mondiale in Spagna. Dicevano tutti che
eravamo una squadra di bolliti. Che Bearzot, il c.t., non
ci capiva nulla. Dicevano questo dopo le prime partite
pareggiate, poi battiamo l'Argentina di Maradona e il
Brasile di Zico, due fenomeni come oggi Messi e Ronaldo.
Andiamo in finale e vinciamo 3-1 contro la Germania.
Il gol di Tardelli, quello del 2-0, l'hai visto pure tu
su internet. Ora rivedilo: guarda chi c' in area....
Quello  Scirea, vero?
Esatto, vincevamo gi 1-0, ma lui  l a far male ai
tedeschi. Prima un colpo di tacco e poi quello che oggi
chiamate assist per Tardelli. Povero Tardelli: si mise a
piangere come un bambino quando in tv annunciarono
che Gai era morto.
Ma allora Scirea non  diventato vecchio....
No, Matteo. Forse era un angelo caduto dal cielo.
E lass lo hanno rivoluto quando aveva solo 36 anni, il
3 settembre 1989. Anche quel giorno si era spinto lontano
dalla sua area, stava in Polonia mandato dalla Juve
per osservare il prossimo avversario di Coppa. Gai si era
ritirato l'anno prima, faceva il vice allenatore di Zoff,
il fratello maggiore. E nel 1987 aveva fatto in tempo a
prendere il diploma magistrale: lo aveva promesso ai
suoi genitori e a se stesso. Era fatto cos. Pensa che in
un'alba del 1975 non scese dalla macchina per andare
a comprare i giornali che celebravano lo scudetto della
Juve: davanti all'edicola c'erano gli operai del primo
turno in fabbrica e a Gai non gli sembrava giusto farsi
vedere vestito da festa da chi lavorava duro....
Pa', ma stai piangendo?
A volte capita anche ai pap... Adesso dormi,
Matteo.
Posso prima attaccare la figurina di Scirea accanto
al poster di Davide Astori?
Certo,  il posto giusto. Buonanotte, figlio mio.
Buonanotte, Gai.

Biografia.
Gaetano Scirea Cresciuto nel vivaio dell'Atalanta, passa alla
Juventus nell'estate del 1974. Con i bianconeri
gioca fino al 1988, vincendo 7 scudetti, 2 Coppe
Italia, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Uefa, 1
Coppa delle Coppe e 1 Coppa Intercontinentale.
Con la Nazionale di Enzo Bearzot trionfa ai
Mondiali di Spagna del 1982.
Diventato allenatore in seconda della Juventus,
muore nel 1989 in un incidente stradale in
Polonia.
 
RINGRAZIAMENTI.

Chiamateli punti fermi, titolarissimi, colonne inamovibili.
Chiamateli come volete, ma il concetto  semplice:
con Dimmi chi era si completa una trilogia iniziata con
I grandi gialli del calcio e proseguita con Carriere spezzate
(e colgo l'occasione per ringraziare Gioacchino
Criaco che ha impreziosito i due volumi con delle perle
di narrativa mascherate da prefazione). E non sarebbe
stato possibile senza il contributo fondamentale di Paolo
Bottiroli e Maria Teresa D'Agostino. Fidatevi, hanno
messo l'anima in questo libro, aiutandomi e supportandomi
in ogni virgola del testo. Sono i miei CR7.
Un grazie enorme ad Antonio, Serena, Domenico,
Elisabetta, Giuseppe, Guido, Lorenzo, Luca, Roberto,
Thommy e il direttore Andrea Monti, vale a dire
la squadra (vincente) di Fuorigioco, il domenicale della
Gazzetta che  stato il terreno perfetto per gettare il
seme di queste storie. E chiss, magari un giorno riprenderemo
il lavoro da dove  stato interrotto.
Grazie a Valerio Ghiringhelli, tra mille cose da fare
ha trovato il tempo per portare avanti questo progetto.
Grazie a Gian Piero Galeazzi, ha messo la sua firma
accanto alla mia, una soddisfazione incredibile per quel
ragazzo che si abbeverava alle sue telecronache (canottaggio
e tennis) e ogni domenica aspettava con ansia i
servizi della Domenica sportiva per vederlo in azione,
protagonista al pari di Maradona e Platini.
Grazie a Mirella, Mattia, Andrea e Chiara: mi hanno
fatto ritrovare la via smarrita dell'isola che non c' e
la voglia di raccontare nuove favole.
Grazie ai campioni che ho intervistato e a quelli che
ho narrato attraverso i ricordi di chi li ha amati.
Grazie alla Gazzetta dello Sport, perch continuer
a raccontare nel tempo le gesta dei campioni e non solo.
Deve essere nel suo DNA, in quel colore rosa: la sua corsa
oggi assomiglia a quella dei salmoni, controcorrente
nel fiume del web. Ma sono convinto che arriver a deporre
ancora tante uova: le nuove generazioni di cronisti,
quelli capaci di fiutare una notizia, di raccontare
una storia, di scavare, di andare oltre, di cercare uno
spunto nuovo, esclusivo.
...
.
...
FINE.